Il diario non detto di Devil Master Mind, dei suoi presunti amici e naturalmente del grande Moci. Perché il dubbio... è necessario!
di Ilvo Diamanti
E' impossibile separare la religione dalla politica, in Italia. Tanto più dopo la fine della Dc, quando la Chiesa è tornata a rappresentare i valori, i principi, ma anche gli interessi dei cattolici in Italia, in modo autonomo e diretto. Il fatto è che oggi altri soggetti, oltre alla Chiesa, svolgono lo stesso ruolo. Talora in competizione, perfino in disaccordo con essa. Come dimostra la pesante polemica lanciata, ieri, dalla Lega contro il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano.
Ma gli esempi sono molti. Basta pensare alla proposta di inserire la croce nel tricolore. La bandiera nazionale. Avanzata (ancora) dalla Lega e apprezzata dal ministro Frattini, dopo il referendum che, in Svizzera, ha bloccato la costruzione dei minareti. D'altronde, la Lega si oppone alla costruzione delle moschee in molte realtà locali, insieme ad altri gruppi e partiti politici della destra (non solo) estrema. Xenofobia e islamofobia si mischiano e si richiamano reciprocamente, in nome delle radici cristiane dell'Europa e, soprattutto, dell'Italia. Come dimostrano le polemiche suscitate dalla decisione della Corte europea contro l'esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici. Criticata, in Italia, da gran parte delle forze politiche, di destra e di sinistra. Tutte impegnate a difendere l'identità cattolica. Anche a costo di entrare in contrasto con la Chiesa. Di assumere posizioni più clericali della Chiesa. Non nel caso del crocifisso, ovviamente, ma nelle altre vicende citate. Le moschee, i minareti. In generale: le politiche sull'immigrazione e i rapporti con gli stranieri. Su cui la Chiesa, attraverso le sue organizzazioni e i suoi media, ma anche attraverso la gerarchia (non solo il cardinale Tettamanzi, ma tutta), ha assunto posizioni molto lontane dalla Lega e dal centrodestra. Schierandosi a favore del diritto di culto e di fede religiosa, anche per gli islamici. E, dunque, in disaccordo con le guerre di religione lanciate contro i minareti e le moschee. E contro gli immigrati.
Da ciò il singolare (ricorrente) contrasto, fra la Chiesa e la Lega - spesso affiancata dagli alleati di centrodestra - nella rappresentanza dei valori religiosi e della "comunità cattolica". Il fatto è che il valore della religione va ben oltre i confini della fede e della comunità dei credenti. D'altronde (Demos, 2007), l'insegnamento della religione nella scuola pubblica, in Italia, è approvato da 9 persone su 10. E dalla maggioranza degli stessi elettori di sinistra. Lo stesso per l'esposizione del crocifisso. Perché, come ha rammentato il sociologo Jean-Paul Willaime su Le Monde: "Tutte le società europee, per quanto secolarizzate, non sono mai uscite del tutto da una concezione territoriale di appartenenza religiosa; gli stessi immaginari nazionali non sono completamente neutri dal punto di vista religioso".
Così, anche in presenza di un declino sensibile della pratica rituale, ai partiti populisti diviene possibile riattivare - e sfruttare - le componenti religiose dell'identità nazionale e territoriale. Non solo: la religione viene usata come strumento di consenso partigiano ed elettorale. Lo ha fatto la Lega fin dagli anni Novanta, in polemica aperta e dura contro la Chiesa nazionale, nemica della secessione. Lo scontro è proseguito in seguito, sui temi della solidarietà sociale, soprattutto verso gli immigrati. Sulla questione dell'integrazione. La Lega, in altri termini, si è proposta essa stessa alla guida di una religione senza Chiesa - e senza Dio. I cui valori, simboli, luoghi vengono fatti rientrare dentro i confini dell'identità territoriale. Ne diventano riferimenti fondamentali. D'altronde, il ruolo della religione nella costruzione dell'immaginario locale e nello stesso mondo intorno a noi - per riprendere la suggestione di Willaime - è innegabile e molto visibile. Un santo al giorno, scandisce il calendario. Le festività. Gli atti che accompagnano la biografia di molte persone: dal battesimo al matrimonio fino al funerale. E ancora, ogni giorno: le ore battute dai campanili. I quali, insieme alle chiese e alle cattedrali, fanno parte del nostro paesaggio quotidiano. Il che spiega, in parte, la reazione sollevata dalla possibile costruzione di luoghi di culto di altre religioni. Le moschee. Figuriamoci i minareti. Capaci di produrre una rottura rispetto al passato, resa visibile - anzi: appariscente - da uno skyline urbano inedito. Il che genera incertezza e inquietudine, soprattutto quando, come in questa fase, le appartenenze territoriali - nazionali e locali - sono scosse violentemente dalla globalizzazione, ma anche dai mille muri sorti dopo la caduta del Muro.
In Italia questo problema appare particolarmente rilevante, perché si tratta di un paese diviso, con un'identità nazionale debole e incompiuta. La Lega offre, al proposito, risposte semplici e rassicuranti a problemi complessi. Reinventa la tradizione per rispondere al mutamento. Recupera le radici cristiane di una società secolarizzata, le impianta sul territorio. Ricorre a simboli antichi per affrontare problemi nuovi. Lo spaesamento, l'inquietudine suscitata dai flussi migratori. Gli stranieri diventano, anzi, una risorsa importante per rafforzare l'appartenenza locale. Per chiarire chi siamo Noi attraverso il distacco dagli Altri.
Lo stesso crocifisso si trasforma in simbolo unificante, avulso dal suo significato. È la croce da associare al tricolore. Dove la croce è più importante del tricolore. Una bandiera che, secondo la Lega, evoca una nazione inesistente. Mentre la croce evoca lo "scontro fra civiltà". La crociata contro l'Islam, che ha l'epicentro nel Nord, dove l'immigrazione è più ampia. D'altra parte, su questi temi gli italiani e gli stessi cattolici si trovano spesso d'accordo con la Lega e con gli alleati di governo (a cui essa detta la linea). Molto meno con le posizioni solidali e tolleranti espresse dalla Chiesa (Demos per liMes, 2008).
La sfida della Lega è, dunque, insidiosa. Perché etnicizza la religione. Costruisce, al tempo stesso, una patria e un'identità. Ma anche una religione alternativa. In tempi segnati da una domanda di appartenenza e di senso acuta e diffusa.
Di fronte a questa sfida, le scomuniche e l'indignazione rischiano di risultare risposte insufficienti. Inadeguate. Per gli attori politici. (Tutti, non solo quelli di sinistra. Anche per gli alleati di centrodestra). Ma soprattutto per la Chiesa.
La Repubblica (7 dicembre 2009)
Enzo Bianchi, LA STAMPA, 7 DICEMBRE 2009
Prima la polemica sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche in Italia, poi (una settimana fa) il risultato del referendum popolare in Svizzera che vieta l’edificazione di minareti. Le due tematiche sono solo apparentemente affini.
In un caso si tratta infatti della presenza di un simbolo religioso in aule pubbliche non destinate al culto, nell’altro invece di un elemento caratterizzante un edificio in cui esercitare pubblicamente e comunitariamente il diritto alla libertà di culto. Resta il fatto che si fa sempre più urgente una seria riflessione sugli aspetti concreti e quotidiani della presenza in un determinato paese di credenti appartenenti a religioni diverse e delle garanzie che uno Stato democratico deve offrire per salvaguardare la libertà di culto. La paura esiste, è cattiva consigliera e porta a percezioni distorte della realtà - come dimostra anche il recente sondaggio sui timori degli italiani nei confronti degli immigrati - ma proprio per questo non deve essere lasciata alla sua vertigine, ma va oggettivata, misurata e ricondotta alla razionalità, se si vuole una umanizzazione della società. Del resto è proprio l’essere «concittadini», il conoscersi, il vivere fianco a fianco, condividendo preoccupazioni per il lavoro, la salute, la salvaguardia dell’ambiente, la qualità della vita, il futuro dei propri figli, che porta a una diversa comprensione dell’altro. Dirà pure qualcosa, per esempio, il fatto che tra i pochissimi cantoni svizzeri che hanno respinto la norma contro i minareti ci siano quelli di Ginevra e di Basilea, caratterizzati dalla più alta presenza di musulmani.
In Italia l’esito del referendum svizzero contro i minareti ha rinfocolato le polemiche, e non è mancato chi ha invocato misure analoghe anche nel nostro paese, impugnando di nuovo la croce come bandiera, se non come clava minacciosa per difendere un’identità culturale e marcare il territorio riducendo questo simbolo cristiano a una sorta di idolo tribale e localistico. Così, lo strumento del patibolo del giusto morto vittima degli ingiusti, di colui che ha speso la vita per gli altri in un servizio fino alla fine, senza difendersi e senza opporre vendetta, viene sfigurato e stravolto agli occhi dei credenti. La croce, questa «realtà» che dovrebbe essere «parola e azione» per il cristiano, è ormai ridotta a orecchino, a gioiello al collo delle donne, a portachiavi scaramantico, a tatuaggio su varie parti del corpo, a banale oggetto di arredo... Tutto questo senza che alcuno si scandalizzi o ne sottolinei lo svilimento se non il disprezzo, salvo poi trovare i cantori della croce come simbolo dell’italianità, all’ombra della quale si è pronti a lanciare guerre di religione. Ma quando i cristiani perdono la memoria della «parola della croce», e assumono l’abito del «crociato», rischiano di ricadere in forme rinnovate di antichi trionfalismi, di ridurre il Vangelo a tatticismo politico: potenziali dominatori della storia umana e non servitori della fraternità e della convivenza nella giustizia e nella pace.
Va riconosciuto che la Chiesa - dai vescovi svizzeri alla Conferenza episcopale italiana, all’Osservatore Romano - ha colto e denunciato quest’uso strumentale della religione da parte di chi nutre interessi ideologici e politici e non si cura del bene dell’insieme della collettività, ma resta vero che in questi ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva erosione dei valori del dialogo, dell’accoglienza, dell’ascolto dell’altro: a forza di voler ribadire la propria identità senza gli altri, si finisce per usarla e ostentarla contro gli altri. Se la croce è brandita come una spada, è Gesù a essere bestemmiato a causa di chi si fregia magari del suo nome ma contraddice il Vangelo e il suo annuncio di amore. La vera forza del cristianesimo è invece il vissuto di uomini e donne che con la loro carità hanno umanizzato la società, mossi dall’invito di Gesù: «Chi vuol essere mio discepolo, abbracci la croce e mi segua» e dal suo annuncio: «Vi riconosceranno come miei discepoli se avrete amore gli uni per gli altri». Quando i cristiani si mostrano capaci di solidarietà con i loro fratelli e sorelle in umanità, quando rinunciano a guerre sante e restano nel contempo saldi nel rendere testimonianza a Gesù, a parole e con i fatti, allora potranno essere riconosciuti discepoli del loro Signore mite e umile di cuore.
Sì, le dispute su crocifissi e minareti non dovrebbero farci dimenticare che la visibilità più eloquente non è quella di un elemento architettonico o di un oggetto simbolico, ma il comportamento quotidiano dettato dall’adesione concreta e fattiva ai principi fondamentali del proprio credo, sia esso religioso o laico.
TRA DIVIETI E DELIBERE CLIMA DI INTOLLERANZA CONTRO GLI STRANIERI
OPERAZIONI GROTTESCHE
CHE AVVELENANO IL PAESE
Papa Benedetto XVI ci ha ricordato che anche Gesù è stato migrante e profugo assieme ai suoi genitori.
Tolleranza doppio zero. E nessuna misericordia. Soltanto uso strumentale di ogni fantasia che passa per la testa. Frutto dell’insana politica di questi tempi. Paura e ossessione per la sicurezza ci hanno portato all’assurdo. Come a delibere ed emendamenti sparati a getto continuo contro gli stranieri, secondo il rito (ormai frusto) della provocazione, tra applausi fragorosi, per poi fare un passo indietro. Com’è accaduto per l’emendamento sulla cassa integrazione "speciale" (cioè dimezzata) per gli immigrati. Cosa già vista per le "classi separate" a scuola. Ma questo è un "gioco" molto pericoloso. Prima o poi, rischia di sfuggire di mano.
Anche la religione non è esente da strumentalizzazioni. Si distribuiscono crocifissi come fossero volantini di propaganda. Al tempo stesso, la croce non alberga più nei cuori. A Genova il presidio leghista per il crocifisso è finito in rissa. Sbagliato parlare di scontro di civiltà. Perché è anticristiano usare la croce per dividere o combattere. Quelle braccia allargate non escludono nessuno. Abbracciano l’umanità intera.Alle provocazioni non basta rispondere con spallucce. Il vento che prima soffiava
Chi discrimina non può atteggiarsi a difensore del crocifisso, quasi lottasse per la bandiera di partito. Difficile capire come si può essere a favore della vita, contro la pillola abortiva, e promuovere ridicole e grottesche operazioni, che stanno avvelenando il Paese.
Come la caccia agli extracomunitari con l’operazione White Christmas. O come il proliferare di delibere comunali che alimentano la fabbrica dell’intolleranza. Ormai non c’è più limite alla fantasia. Si va dal divieto di vendere kebab senza accompagnarlo da "polenta, brovada e musetto" in Friuli alla proibizione ai minori di settant’anni di sedersi sulle panchine a Pordenone. Dalla messa al bando del gioco del cricket a Brescia (perché praticato da pachistani), al bonus di 500 euro ai vigili per ogni clandestino scovato. Dal numero verde di Cantù per denunciare i clandestini, ai cartelli stradali di Varallo Sesia che vietano burka e niqab, come fossero un pericolo pubblico. Dal divieto di sposarsi a Cernobbio se prima i vigili non avranno accertato "la pulizia di muri e pavimenti" nell’abitazione degli sposini all’assurdo dell’assegnazione dell’Ambrogino d’oro, a Milano, alla pattuglia di polizia urbana che va a caccia di irregolari, trattenendoli in un bus con le sbarre. Stiamo scivolando verso il baratro. Pochi alzano la voce a segnalare il pericolo.
Un clima di intolleranza si spalma nel Paese. Nell’indifferenza generale. Anche questa è emergenza etica. Al pari delle questioni bioetiche. C’è ancora, per fortuna, un baluardo nella Chiesa. Papa Benedetto XVI ci ricorda, opportunamente, che «Gesù stesso da bambino ha vissuto l’esperienza del migrante perché, per sfuggire alle minacce di Erode, dovette rifugiarsi in Egitto insieme a Giuseppe e Maria».nelle pianure padane, ora spira nelle aule del Parlamento. Fa capolino tra gli emendamenti alla Finanziaria. Era prevedibile che accadesse. Così la proposta di dimezzare agli stranieri la cassa integrazione trova, purtroppo, consenso. Anche se il quotidiano cattolico Avvenire l’ha definita "aberrante". Per molti, la solita logica: gli esseri umani non sono tutti uguali. Via così, da una discriminazione all’altra. Nel nome dell’interesse dei cittadini italiani. Forti del consenso popolare. Come se bastasse solo ciò. Anche Pilato s’appellò al popolo per condannare Gesù e liberare Barabba!
I fenomeni di formazione stellare dureranno ancora per circa cento miliardi di anni, dopo i quali l' "era delle stelle" inizierà a declinare, in un periodo compreso fra dieci e cento billioni di anni, quando le stelle più piccole e longeve dell'Universo, le deboli nane rosse termineranno il loro ciclo vitale. A conclusione dell'era delle stelle, le galassie saranno composte solo da oggetti compatti: nane brune, nane bianche, tiepide o fredde (nane nere), stelle di neutroni e buchi neri, così da giungere alla cosiddetta "era degenere" dell'universo. Alla fine, come risultato della relazione gravitazionale, tutte le stelle potrebbero precipitare all'interno del buco nero supermassiccio centrale, oppure potrebbero essere scagliate nello spazio intergalattico in seguito a collisioni.
"Una considerazione sulla parola 'identità', di questi tempi molto usata e spesso abusata. I promotori del referendum svizzero e i loro corifei di altre latitudini si candidano come alfieri di un’identità cristiana minacciata da una nuova invasione musulmana, che arriva dopo quelle dei secoli scorsi. In realtà essi riducono il cristianesimo a un 'pacchetto' di valori strumentalmente preselezionati. Usandolo come un’arma da brandire contro il nemico, indeboliscono la forza di quel Crocifisso che da duemila anni continua a provocare le coscienze di ogni uomo, e che non è né un cimelio della pietà popolare per cui nutrire un devoto ricordo, né il generico simbolo di una tradizione sociale e culturale, ma una presenza viva che dà spessore alla parola 'identità', altrimenti riducibile a un’entità ideologica. La croce di Cristo parla a tutti e non ferisce alcuno. Per i credenti è la fonte di quell’energia che consente di aprirsi (senza irenismi o ingenuità) al confronto con l’altro e di vivergli costruttivamente accanto. L’Europa, nata dall’incontro fecondo del cristianesimo con l’impero romano e le civiltà barbariche, non può fare a meno di misurarsi con quanti ne hanno fatto la loro nuova dimora. E può farlo solo a partire da un’identità tanto forte quanto aperta". (Giorgio Paolucci, Avvenire, 1 dicembre 2009)
Sottoscrivo parola per parola queste righe
Psico
'In Italia vige un clima d'ipocrisia dilagante. Siamo la settima potenza mondiale e lasciamo i malati da soli con le loro famiglie e la loro disperazione. Abbiamo dovuto fare un gesto eclatante per farci notare'. La storia di Salvatore Usala, uno dei malati di SLA che per una settimana hanno attuato lo sciopero della fame per protestare contro la mancanza di una degna assistenza domiciliare in Italia. Ecco - dal sito dell'Associazione Viva la Vita Onlus www.wlavita.org - la splendida testimonianza di Salvatore. Riflessioni sulle forme dell'assistenza domiciliare e su ciò che è veramente efficace per la qualità di vita di un malato e della sua famiglia. E poi un'intervista da lui rilasciata alla Radio Vaticana.
http://www.youtube.com/watch?v=zk3bU1AeW90
http://www.radiovaticana.org/105live/indicehq.asp?RedaSel=47&CategSel=20
http://www.angelambrogetti.org/
A dispetto di come titoleranno i giornali la notizia non è nel fatto che i preti sposati anglicani possono essere ordinati nella Chiesa Cattolica. Quella è infatti una "vecchia" norma che già Paolo VI scrisse in una sua enciclica poco famosa del 1967: Sacerdotalis Caelibatus. Benedetto XVI è stato quasi "costretto" a parlarne domenica a Brescia ricordando alcuni degli insegnamenti montiniani. Il problema è che questo pur semplice richiamo ad un documento del Magistero non era stato fatto in sede di presentazione della Costituzione apostolica. Forse immaginando che i giornalisti ricordassero il testo dell'enciclica. Ma così non è stato e gli equivoci si sono susseguiti.
Il ritmo decisamente eccessivo e frenetico di una informazione che mira solo allo scoop, al titolone, allo schiaffo in faccia al lettore mal si combina con la comunicazione di testi magisteriali. Per spiegarli bisogna leggerli, studiarli e avere la preparazione adeguata per coglierne la novità e le particolarità. Un lavoro che si fa sempre meno nelle redazioni pressati da richieste più o meno assurde di trovare sempre qualcosa di " politico" in un fatto ecclesiale. Salvo poi, ovviamente, una volta individuata la politicità di una affermazione, lamentarsi della "indebita ingerenza".
A Brescia domenica 8 novembre Benedetto XVI ha ripercorso l'insegnamento di Paolo VI, ha riletto frasi del papa che erano perfette per oggi. Non solo ricordando la necessità di una Chiesa "povera e libera", ma rilanciando i temi del Concilio Vaticano II soprattutto per la relazione della Chiesa con il mondo esterno. Sui giornali di questo non si è parlato. "Come non vedere che la questione della Chiesa, della sua necessità nel disegno di salvezza e del suo rapporto con il mondo, rimane anche oggi assolutamente centrale? Che, anzi, gli sviluppi della secolarizzazione e della globalizzazione l'hanno resa ancora più radicale, nel confronto con l'oblio di Dio, da una parte, e con le religioni non cristiane, dall'altra? La riflessione di Papa Montini sulla Chiesa è più che mai attuale; e più ancora è prezioso l'esempio del suo amore per lei, inscindibile da quello per Cristo." Sono parole di Benedetto XVI pronunciate all'omelia della messa sul piazzale del duomo sotto la pioggia battente. Ma su alcuni siti invece è risaltata la notizia della breve preghiera davanti alla lapide che ricorda le vittime dell'attentato del 1974 come se fosse un fuori programma. Peccato che da almeno una settimana fosse pubblicato nel libretto informativo sulla visita a disposizione di tutti i vaticanisti.
E nessuno ha dato rilievo all'incontro del pomeriggio con la premiazione della Collana Sources Chrétiennes con il premio Paolo VI. Soprattutto ricordando che Joseph Ratzinger aveva scritto anche per quella collana, voluta da due gesuiti Henri De Lubac e Jean Daniélou ben prima del Concilio e che anticipava quel "ressourcement" che il Vaticano II avrebbe decretato. Eventi giganteschi per la storia del pensiero e della Chiesa relegati a margine della "notizia" che il sottosegretario Gianni Letta aveva accompagnato il papa in aereo a Brescia. Fatto certamente interessante per certo gossip politico, ma irrilevante per la Storia e la Chiesa.
Così la lettura della Costituzione apostolica che permette di ricucire lo scisma anglicano e segna una tappa storica nella vita della Chiesa Cattolica, sarà ridotta al permesso o meno per gli uomini sposati di essere ordinati.
Significativa in effetti è la scelta di organizzare questa "comunione visibile" senza dover abbandonare tradizioni e cultura anglicana. Il portavoce vaticano padre Federico Lombardi ha fatto un parallelo con il Rito Ambrosiano che è comunque all'interno della Chiesa Latina.
La Anglicanorum coetibus potrebbe essere un modello anche per risolvere la questione dei lefevriani. Fatto di non secondaria importanza. Sarebbe il segno di un preciso progetto del pontificato di Ratzinger: aprire le porte alla ricchezza delle diversità in un'unica Chiesa cattolica.
Un fatto che interessa la gente, ma non i politici e tanto meno i giornali. Così forse della interessante e battagliera prolusione del cardinale Bagnasco lunedì 9 novembre, ad Assisi per la Assemblea Generale dei vescovi italiani, i media riporteranno solo la richiesta di obiezione di coscienza per l'uso della pillola abortiva e il rispetto del concordato per l'insegnamento della religione cattolica a scuola.
Eppure Bagnasco ha parlato della nuova colonizzazione in Africa, della figura dei sacerdoti e della loro adesione interiore a Cristo che non li farà cercare "evasioni" o "compensazioni" e della percezione della morte in una società che la vuole cancellare o demonizzare. I vescovi hanno preparato una nuova liturgia esequiale e la stampa parla solo di dove tenere le ceneri dopo la cremazione.
La Chiesa sceglie di entrare nel circo mediatico, sceglie di entrare in dialogo con i media ma non ne padroneggia le dinamiche che ogni giorno sfuggono un po' di più al controllo dell'intelligenza e della ragione a favore della banalità. La vera "sfida educativa" va affrontata con la consapevolezza che oggi quando si usa la parola "cultura" per lo più si intende "culturismo".
Angela Ambrogetti
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/
La sentenza anti-crocifisso della corte europea dei diritti dell’uomo ha seminato scompiglio nelle scuole italiane.
Ecco qui di seguito come se ne è discusso in un consiglio d’istituto di un non precisato liceo romano. I personaggi:
P: preside,
PA: professore di storia dell’arte,
PM: professore di musica,
PF: professore di filosofia.
*
P: Oggi è venuta a trovarmi la madre di un allievo, un po’ agitata. Mi ha detto che si rifiuta di mandare il figlio a visitare la piazza e la basilica di San Pietro la prossima settimana. Ha sentito della sentenza della corte europea dei diritti dell’uomo sul crocifisso e sostiene che questa visita sarebbe un condizionamento religioso emotivamente troppo forte per un quindicenne.
PA: Me se devo dare il compito in classe sul Bernini!
P: Io però non voglio prendermi esposti, denunce, eccetera. Ho già troppe gatte da pelare!
PA: Ho capito, ma allora dove li porto i ragazzi? Al Pantheon?
P: Magari. E insisti sul fatto che è una prodigiosa dimostrazione del genio architettonico dei romani.
PA: È vero, ma devo pure far cogliere i motivi di continuità con i successivi sviluppi cristiani, dovrò pure dire che nel VII secolo il Pantheon è stato trasformato in una chiesa, Santa Maria ad Martyres.
P: Ci risiamo! Voglio una visita neutrale, non religiosa!
PA: Ma che significa? Qui tutto ricorda il cristianesimo! Allora stiamocene chiusi in aula e lasciamo perdere! E poi i ragazzi avranno pure diritto a essere istruiti, a sapere.
P: Ma il diritto di chi non vuole subire la non richiesta ostensione di simboli religiosi prevale.
PA: Ah sì? E perché non se ne sta a casa lui, allora?
P: Collega, ma cosa dici? Un diritto è un diritto!
PM (interrompe con ansia): Scusami, preside, ma io domani farò ascoltare Bach: la Messa in si minore.
P: Mamma mia, per carità!
PM: Come “per carità”? È un capolavoro sommo!
P: Ma è una Messa!
PM: E che significa? L’sutore non era neppure cattolico!
P: Era protestante. Sempre cristiano era. Scegli qualcosa di più tranquillo, vai sul Novecento, a Stravinskij.
PM: Bene. Farò ascoltare “Sinfonia di Salmi”.
P: Ma sei un fissato! Metti la “Sagra della primavera”, quella sì, è sufficientemente pagana, non disturba nessuno, ci si può fare pure una lezione di antropologia culturale. E comunque, se proprio devi fare un po’ di Bach, non insistere troppo sul cristianesimo.
PM: Ma se scriveva “Soli Deo Gloria” in calce alle sue composizioni!
P: Ma mica siamo al Conservatorio, che importa agli allievi di questi dettagli?
PM: Pensa che volevamo fare col collega di filosofia un’ora interdisciplinare sull’estetica nel pensiero religioso del Novecento, sull’influsso di Bach e Mozart su von Balthasar e…
P (irato): Ma siamo matti! La teologia si fa nell’ora di religione per chi la chiede, e basta! Mi vuoi rovinare?
PF: Preside, ma cosa dici! Posso parlar bene di Agostino, o no?
P: Ma sì, digli che ad Agostino tutto il pensiero moderno deve molto, anche l’ermeneutica, la fenomenologia…
PF: Però non posso dire che era cristiano?
P: Accennalo appena.
PF: Ma che accenno e accenno! Secondo te le “Confessioni” sarebbero state scritte se l’autore non si fosse convertito al cristianesimo? E poi scusa, quando parlo del concetto di persona in filosofia, come evito un accenno al dogma della Trinità e ai primi concili ecumenici? Non esisterebbe il concetto di persona senza…
P: No e poi no! Questo è catechismo! Prudenza ci vuole…
PF: Ma se persino Benedetto Croce….
P: Basta! Colleghi, dobbiamo capire che viviamo in una società multiculturale, dobbiamo rispettare le diversità, non possiamo pretendere…
PA: Ma abbiamo pure il dovere di istruire, di far conoscere. Se gli allievi guardano il Cenacolo di Leonardo, mica gli possiamo dire che era una cena qualunque tra amici!
P: Ma che esempi mi fai? Qualcosa va detto loro, ma con prudenza, con neutralità…
PA: Ma a me il Cenacolo piace tanto, mi appassiona…
P: Troppa passione nell’insegnamento non va bene. Ci vuole anche un po’ di neutralità emotiva.
PF: E allora mettiamoci un automa, sulla cattedra, e cambiamo mestiere! Ma poi, senti, non sarebbe molto più interessante far capire la grandezza filosofica di san Tommaso collegandolo al pensiero musulmano, ad Avicenna… Non cancelliamo né l’uno né l’altro, li studiamo entrambi.
P: Ma ci sono anche gli atei, gli agnostici…
PF: Ma anche loro dove vivono? Se vivono in mezzo a noi, è giusto che conoscano, che vedano le mille chiese nelle strade di Roma, che rappresentano la città, o dobbiamo demolire pure quelle? Quelle non sono per nulla neutrali!
P: Colleghi, sono sfinito. Aggiorniamoci a domani. Magari la notte ci porterà consiglio…
(Dialogo messo per iscritto da Francesco Arzillo, Roma, 4 novembre 2009).
di Paolo Rodari
novembre 2009
“Il crocifisso ha un valore umano e umanistico”. Lo dice al Foglio padre Samir Khalil Samir. Gesuita nato in Egitto, vissuto in Libano, professore all’Université Saint Joseph di Beirut, al Pontificio Istituto Orientale di Roma e alle “Facultés Jésuites de Paris”, fondatore e direttore in Libano del Centre de Documentation et de Recherches Arabes Chrétiennes, è studioso di islam particolarmente apprezzato dal Papa. Per lui, “la decisione della Corte Europea dei Diritti Umani riguardo al divieto di affissare crocifisso nelle scuole italiane è grave”. “Essa – spiega – suscita una triplice riflessione: la prima sul crocifisso e suo significato, la seconda sulla Corte Europea e il suo orientamento, la terza sull’identità dell’Europa”.
“Il crocifisso – dice – è oggi un simbolo cristiano che parte da un fatto: un uomo chiamato Gesù e soprannominato Cristo è stato condannato a morte per crocifissione dal prefetto romano Ponzio Pilato nell’anno 30 circa. Il fatto è riportato da storici giudei e romani del primo secolo. Da quest’atto volontariamente accettato dal Cristo (e dalla sua risurrezione affermata dai suoi discepoli) è nato il cristianesimo.”
“Da allora, il crocifisso, oggetto di obbrobrio, è diventato simbolo di fede per miliardi di persone e più ancora simbolo di amore. Quest’uomo Gesù ha così rovesciato il senso della croce, a causa della propria vita: morendo, ha dato significato al fatto di dare la vita per altri. Così la croce, indipendentemente dal cristianesimo e dalla fede cristiana, ha preso un significato umanistico: dare la vita per salvare altri è l’atto umano più nobile”.
“Ora, nel mondo contemporaneo, questa realtà è diventata rarissima. Anzi, vediamo dappertutto nient’altro che atti di violenza per ‘farsi giustizia’. Atti di violenza che suscitano violenza più grande, e così ad infinitum. Il crocifisso, ben inteso e ben spiegato ai bambini, è l’antitesi della violenza. Lo dice anche Paolo, nella sua lettera agli Efesini (cap. 2: 13-17): ‘Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo (cioè alla sua croce). Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due (cioè credenti e non credenti) un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne (cioè la sua croce), la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini’”.
“Certo, il crocifisso ha significato particolare per il cristiano, ma può avere un significato umanistico bellissimo per ogni essere umano. Ed è in questo senso che il non cristiano (ebreo, musulmano, non credente, ecc.) lo deve prendere. Siccome il cristianesimo (in particolare nella forma cattolica) ha modellato l’Italia, è certo che è diventato un elemento profondissimo della cultura italiana. Insegna a rinunciare a se stessi per gli altri fino a dar loro la propria vita per amore; insegna a sopportare le difficoltà e le sofferenze della vita quotidiana, come elemento normale della condizione umana, senza per questo rassegnarsi al fatum; insegna a mai cedere alla violenza contro altrui, anche in nome dei più nobili ideali; insegna il rispetto altrui”.
“Come ha spiegato Aldo Giordano, osservatore permanente al Consiglio d’Europa, ‘il simbolo della croce è un simbolo che impressiona proprio perché è un simbolo che unisce, raccoglie, va veramente al di là delle differenze, anche delle differenze di Credo’. Sinceramente, non vedo come potrebbe ‘suscitare la discriminazione contro le donne e gli omosessuali’, come ha preteso la signora Solie Lautsi. Tutto questo ci pone delle domande sul valore di questa “Corte Europea dei diritti umani” e sulla sua filosofia. Ci pone inoltre domande sulla concezione che si fa della cultura e dell’identità dell’Europa, diffusa tra uomini di decisione. Al limite, ci ha l’impressione che le identità estranei all’Europa hanno più diritto ad esistere che le identità millenarie! E’ un autoflagellazione che va sempre più di moda!”.
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
Ecco smentito chi sostiene che il Vaticano protegge i preti pedofili.
Firenze, 10 nov. - (Adnkronos)
CHIESA: FIRENZE - La Congregazione per la Dottrina della Fede ha disposto per don Roberto Berti, parroco dall'inizio degli Anni Novanta al 2008 alla periferia di Firenze, ''per otto anni la residenza obbligata, in regime di vigilanza, in una struttura fuori dalla diocesi per un percorso di recupero spirituale e terapeutico. In questo periodo il sacerdote e' escluso da ogni attivita' pastorale''. Don Roberto, scrive oggi il quotidiano 'Metropoly Day' che ha diffuso la notizia, e' stato riconosciuto colpevole di molestie sessuali e psicologiche su minori. La sentenza e' stata notificata dall'arcivescovo di Firenze, monsignor Giuseppe Betori al parroco di Ginestra, don James Savarirajan che, per volonta' dell'arcivescovo, ha affisso l'atto nella bacheca degli avvisi della parrocchia. Don Berti e' stato parroco di Ginestra Fiorentina dalla fine degli anni Novanta al 2001, e di San Mauro a Signa dal 2001 al 2008. Monsignor Betori, nella lettera inviata al parroco, ripensa ''con dolore e amarezza alle grandi sofferenze che questa triste vicenda ha causato, ribadisce la sua vicinanza a quanti ne hanno subito le penose conseguenze e rinnova l'impegno affinche' simili episodi non accadano mai piu'; accompagna con la preghiera - conclude la lettera dell'arcivescovo - il percorso di rigenerazione umana e spirituale di don Roberto''.
di Natalia Ginzburg, da "L'Unità", 22 marzo 2008
Dicono che il crocifisso deve essere tolto dalle aule della scuola. Il nostro è uno stato laico che non ha diritto di imporre che nelle aule ci sia il crocifisso. La signora Maria Vittoria Montagnana, insegnante a Cuneo, aveva tolto il crocefisso dalle pareti della sua classe. Le autorità scolastiche le hanno imposto di riappenderlo. Ora si sta battendo per poterlo togliere di nuovo, e perché lo tolgano da tutte le classi nel nostro Paese. Per quanto riguarda la sua propria classe, ha pienamente ragione. Però a me dispiace che il crocefisso scompaia per sempre da tutte le classi. Mi sembra una perdita. Tutte o quasi tutte le persone che conosco dicono che va tolto. Altre dicono che è una cosa di nessuna importanza. I problemi sono tanti e drammatici, nella scuola e altrove, e questo è un problema da nulla. E’ vero. Pure, a me dispiace che il crocefisso scompaia. Se fossi un insegnante, vorrei che nella mia classe non venisse toccato. Ogni imposizione delle autorità è orrenda, per quanto riguarda il crocefisso sulle pareti. Non può essere obbligatorio appenderlo.
Però secondo me non può nemmeno essere obbligatorio toglierlo. Un insegnante deve poterlo appendere, se lo vuole, e toglierlo se non vuole. Dovrebbe essere una libera scelta. Sarebbe giusto anche consigliarsi con i bambini. Se uno solo dei bambini lo volesse, dargli ascolto e ubbidire. A un bambino che desidera un crocefisso appeso al muro, nella sua classe, bisogna ubbidire. Il crocifisso in classe non può essere altro che l'espressione di un desiderio. I desideri, quando sono innocenti, vanno rispettati. L'ora di religione è una prepotenza politica. E' una lezione. Vi si spendono delle parole. La scuola è di tutti, cattolici e non cattolici. Perchè vi si deve insegnare la religione cattolica? Ma il crocifisso non insegna nulla. Tace. L'ora di religione genera una discriminazione fra cattolici e non cattolici, fra quelli che restano nella classe in quell'ora e quelli che si alzano e se ne vanno. Ma il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. E' l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini fino allora assente.
La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo "prima di Cristo" e "dopo Cristo". O vogliamo forse smettere di dire così? Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. E' muto e silenzioso. C'è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte dei muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa dì particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati. Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l'immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo.
Chi è ateo, cancella l'idea di Dio ma conserva l'idea dei prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c'è immagine. E' vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini. E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola. Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l'idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso, di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici. Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto "ama il prossimo come te stesso". Erano parole già scritte nell'Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell'indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade. Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l'esatto contrario del modo in cui oggi siamo e viviamo. Ci pensiamo sempre, trovando esattamente difficile amare noi stessi e amare il prossimo più difficile ancora, o anzi forse completamente impossibile, e tuttavia sentendo che là è la chiave di tutto.
Il crocifisso queste parole non le evoca, perché siamo abituati a veder quel piccolo segno appeso, e tante volte ci sembra non altro che una parte dei muro. Ma se ci viene di pensare che a dirle è stato Cristo, ci dispiace troppo che debba sparire dal muro quel piccolo segno. Cristo ha detto anche: "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perchè saranno saziati". Quando e dove saranno saziati? In cielo, dicono i credenti. Gli altri invece non sanno né quando né dove, ma queste parole fanno, chissà perché, sentire la fame e la sete di giustizia più severe, più ardenti e più forti. Cristo ha scacciato i mercanti dal Tempio. Se fosse qui oggi non farebbe che scacciare mercanti. Per i veri cattolici, deve essere arduo e doloroso muoversi nel cattolicesimo quale è oggi, muoversi in questa poltiglia schiumosa che è diventato il cattolicesimo, dove politica e religione sono sinistramente mischiate. Deve essere arduo e doloroso, per loro, districare da questa poltiglia l'integrità e la sincerità della propria fede. Io credo che i laici dovrebbero pensare più spesso ai veri cattolici. Semplicemente per ricordarsi che esistono, e studiarsi di riconoscerli, nella schiumosa poltiglia che è oggi il mondo cattolico e che essi giustamente odiano. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere, e il non credere vanno e vengono come le onde del mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre. Amano magari il crocifisso e non sanno perché. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla. E' tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri .
La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». È quanto ha stabilito oggi la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo nella sentenza su un ricorso presentato da una cittadina italiana.
Il ricorso. Il ricorso a Strasburgo era stato presentato il 27 luglio del 2006 da Solie Lautsi, moglie finlandese di un cittadino italiano e madre di Dataico e Sami Albertin, rispettivamente 11 e 13 anni, che nel 2001-2002 frequentavano l'Istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre, ad Abno Terme. Secondo la donna, l'esposizione del crocifisso sul muro è contraria ai principi del secolarismo cui voleva fossero educati i suoi figli. Dopo aver informato la scuola della sua posizione, la Lautsi, nel luglio del 2002, si è rivolta al Tar del Veneto, che nel gennaio del 2004 ha consentito che il ricorso presentato dalla donna venisse inviato alla Corte Costituzionale, i cui giudici hanno stabilito di non avere la giurisdizione sul caso. Il fascicolo è quindi tornato alTribunale amministrativo regionale, che il 17 marzo del 2005 non ha accolto il ricorso della Lautsi, sostenendo che il crocifisso è il simbolo della storia e della cultura italiana, e di conseguenza dell'identità del Paese, ed è il simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza e del secolarismo dello Stato. Nel febbraio del 2006, il Consiglio di Stato ha confermato questa posizione. Di qui la decisione della donna di ricorrere alla Corte europea di Strasburgo.
I danni morali. La sentenza prevede che il governo italiano dovrà pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. La sentenza, rende noto l'ufficio stampa della Corte, è la prima in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche.
La posizione della Corte di Strasburgo. "La presenza del crocifisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastische - si legge nella sentenza dei giudici di Strasburgo - potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso, che avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione". Tutto questo, proseguono, "potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose, o che sono atei".
Ancora, la Corte "non è in grado di comprendere come l'esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione (europea dei diritti umani, ndr), un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana". "L'esposizione obbligatoria di un simbolo di una dataconfessione in luoghi che sono utilizzati dalle autorità pubbliche, e specialmente in classe, limita il diritto dei genitori di educare i loro figli in conformità con le proprie convinzioni - concludono i giudici della Corte europea dei diritti umani - e il diritto dei bambini di credere o non credere. La Corte, all'unanimità, ha stabilito che c'è stata una violazione dell'articolo 2 del Protocollo 1 insieme all'articolo 9 della Convenzione".
I giudici (tra cui l'italiano Zagrebelsky). I sette giudici autori della sentenza sono: Francoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajò (Ungheria), e Isil Karakas (Turchia).
Lasciamo da parte, per un momento, il dibattito sul comportamento richiesto a chi ricopre incarichi pubblici. Lasciamo da parte anche il pruriginoso sottodibattito, che pure intorno alla vicenda Marrazzo si è scatenato, sulla natura peculiare della condotta privata dell’ex presidente della Regione Lazio e sulle conseguenze che tutto ciò ha avuto sulla sua vita familiare. In tanto dibattere, infatti, c’è un elemento che prescinde dalla figura di Piero Marrazzo e che dà abbondante materiale di riflessione: la scelta di Roberta Serdoz, sua moglie. Una scelta sorprendente. Di fronte a un tradimento, qualunque tradimento, si tende a ritenere che una donna abbia una sola alternativa: tutelare la propriadignità chiudendo il rapporto, oppure custodire l’unità familiare e la sua immagine. Questo in teoria. Non è sempre detto, infatti, che nella vita vissuta tutte abbiano la possibilità di scegliere liberamente in che modo reagire: a causa del ruolo debole, o comunque non pienamente autonomo, che spesso le donne rivestono all’interno della famiglia, la decisione può diventare forzata, obbligatoriamente preferenziale.
Tuttavia, è vero che nelle coppie in cui la donna è emancipata, questa alternativa di solito c’è. E Roberta Serdoz, che ha un lavoro di giornalista, una carriera, una vita sua, ce l’aveva di sicuro. Avrebbe potuto, quindi, lasciare il marito; avrebbe potuto dirgli di fare le valigie, o decidere di andarsene. Anzi. Sarebbe stata la scelta più ovvia, quella che ci saremmo aspettati. Anche perché l’immagine della sua famiglia si era già sbriciolata nei mille particolari, amplificati da giornali e televisioni, della condotta privata dell’uomo pubblico Marrazzo, suo marito. Cos’altro avrebbe dovuto o potuto fare lei, a quel punto, se non privilegiare la propria dignità? Sarebbe stata la tipica scelta di una donna emancipata: uscire da una storia dolorosa e imbarazzante, prenderne le distanze per quanto possibile. Ne avrebbe avuto i mezzi e l’opportunità. E invece, con la forza che le donne a volte sanno tirare fuori, Roberta Serdoz spiazza tutti inventandosi una terza via: fa prevalere l’esigenza di restare vicino al marito. Non perché così impone il dovere coniugale, ma perché suo marito è — al momento — la parte debole. Perché lei ha deciso, in piena libertà, che in questo frangente la priorità non è lei stessa. E così facendo ha compiuto una vera scelta di emancipazione: si è emancipata persino dal bisogno di dimostrare la propria dignità. Ci ha rinunciato, sapendo di non esservi costretta.
In questa insolita scelta di forza, Roberta Serdoz rivela un’attitudine che abita le donne, sebbene spesso rimanga nascosta: sapere quando è il momento di prendere in mano la situazione. Essere all’altezza, in un attimo. Dopo essersi adattate, magari per anni, a ruoli anonimi, dimessi, defilati, ma preparandosi silenziosamente ad assumere un ruolo diverso, senza smettere mai di coltivare la capacità di diventare artefici del destino proprio e altrui. Una marcia in più che appartiene alle donne, quasi ontologicamente.
Perché sono abituate a combattere, addestrate dalla storia ma anche dalla biologia. Abituate a fare più fatica degli altri, a sopportare un colpo in più e a rimanere in piedi lo stesso. In circostanze normali, non hanno nemmeno bisogno di mostrarlo: lo fanno e basta. In circostanze eccezionali, questa straordinaria capacità emerge in forme e modalità imprevedibili. Come è successo a Roberta Serdoz. Della cui scelta, a prescindere da ogni altra considerazione, mi piace sottolineare la singolarità: quando la nave rischia di affondare solitamente tutti l’abbandonano, lei non solo non l’ha abbandonata ma ne ha assunto coraggiosamente il comando
Giulia Bongiorno
Corriere della Sera, 28 ottobre 2009©
Thanx to Hans
Aggiornamenti sul caso Marrazzo. Come molti di voi sanno, l'ex-presidente della Regione Lazio non è stato fin'ora indagato. Dalle indagini sul suo caso è infatti emerso che fosse vittima di estorsione e che nessuno dei suoi comportamenti possa considerarsi reato. Non lo è neanche l'uso dell'auto blu per recarsi a via gradoli, in quanto un presidente di regione può legittimamente utilizzarla anche per uso privato. Mentre non risulta che abbia consumato cocaina. Non è provato neanche che abbia utilizzato soldi pubblici per pagare prestazioni sessuali. Non escludo che più in là si possano aprire altri filoni d'indagine a suo carico ma, per ora, questo è quanto. Certo, l'assenza di capi d'imputazione giudiziaria non cancella le sue responsabilità morali.
Della vicenda piuttosto mi ha colpito molto il comportamento della moglie che - stando alle ultime notizie - gli è restata accanto. Un gesto che mi emoziona in una vicenda umana che ho trovato di una tristezza infinita ma anche drammaticamente vera.
Ho letto un'intervista a uno psicologo che spiegava come personaggi che hanno ruoli di responsabilità cerchino inconsciamente di rovinarsi perché si sentono in trappola, quais ingabbiati dal loro ruolo. Così, i gesti sconsiderati di Marrazzo - per certi versi poco spiegabili - non sarebbero stati altro che tentativi inconsci di autodistruggere la sua immagine pubblica. E' un'ipotesi che mi affascina, come mi piace pensare che quest'uomo - per cui non ho avuto mai simpatia - abbia trovato - inconsciamente - la vera pace ora che è uscito di scena ed è esposto alla gogna pubblica.

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APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA E AL PRESIDENTE DELL’ISTITUTO DELLA ENCICLOPEDIA ITALIANA
Salviamo il Dizionario Biografico degli Italiani
Il Dizionario Biografico degli Italiani è universalmente riconosciuto come uno strumento prezioso e indispensabile per il lavoro di ricerca. Il progetto dell’opera, avviata nel 1960 dall’Istituto della Enciclopedia Italiana, prevede circa 105 volumi per un totale di 40000 biografie, riguardanti personaggi vissuti dal V secolo d.C. a oggi e il cui contributo alla vita politica, letteraria, artistica del nostro Paese è stato di particolare significato. Ad esso hanno collaborato e collaborano studiosi italiani e stranieri di altissimo livello. Finora sono apparsi 73 volumi con un ritmo annuale di pubblicazione che nell’ultimo quindicennio è salito a 2 volumi per un totale di 650-700 saggi storiografici l’anno.
Negli ultimi mesi, tuttavia, l’assegnazione delle voci dei futuri volumi è stata sospesa e gli studiosi temono che tale decisione possa preludere alla chiusura dell’opera o alla sua trasformazione in un prodotto diverso, di minore valore scientifico.
Il mondo della cultura guarda con grande preoccupazione a questa eventualità e confida che il presidente ed i membri del Comitato Scientifico e del Consiglio di Amministrazione vogliano accogliere l’apprensione di tanta parte della comunità scientifica e l’esortazione a procedere al completamento dell’opera. Auspica altresì che il Dizionario mantenga i suoi elevatissimi standard qualitativi che ne fanno uno dei prodotti d’eccellenza del nostro Paese, giudicato dai competenti la miglior biografia nazionale esistente.
Vi chiediamo dunque di sostenere l’opera firmando questo appello.
Grazie.
Per sottoscrivere l’appello basta mandare una mail all’indirizzo: appello@salviamoildizionariobiografico.it
indicando NOME, COGNOME, CITTA’, QUALIFICA ED ENTE, e specificando l’eventuale collaborazione al DBI
Le firme saranno inviate al Presidente della Repubblica e al Presidente dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, e pubblicate sul sito
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CEI: RUINI, IN ITALIA C'E' CHI VUOLE OCCULTARE CATTOLICI
(ANSA) - CITTA' DEL VATICANO, 13 OTT - Ci sono forze in
Italia ''orientate ad occultare il ruolo dei cattolici'': e'
quanto ha affermato il cardinale Camillo Ruini, ex presidente
della Conferenza episcopale italiana e gia' vicario di Roma, in
un'intervista alla Radio Vaticana.
D'altra parte - ha aggiunto - vi e' anche una certa tendenza
del mondo cattolico all'''auto-occultamento'' all'
''autoreferenzialita''' , e una scarsa inclinazione a
''confrontarsi sul serio'' con l'esterno. Cio' ha portato ad
una ''sproporzione '' - ad avviso del cardinale - tra la
presenza dei cattolici nel campo caritativo e quella nel
dibattito culturale. A cio' vuole fare fronte il progetto
culturale della Cei, di cui Ruini e' responsabile.(ANSA).
CEI: RUINI; ACCUSE INGERENZA NON PREOCCUPANO, SONO SCONTATE
INACCETTABILE E PERICOLOSO CONFINARE CHIESA A SFERA PRIVATA
(ANSA) - CITTA' DEL VATICANO , 13 OTT - Il presidente emerito
della Cei, card. Camillo Ruini, si e' detto dispiaciuto ma non
preoccupato per le accuse di ingerenza che vengono spesso
rivolte alla Chiesa italiana.
''Sono accuse in un certo senso scontate'', ha affermato in un
intervista alla Radio Vaticana, durante la quale ha commentato
il suo recente libro ''Confini'', scritto a quattro mani con
Ernesto Galli della Loggia.
''Sotto queste accuse - ha spiegato - vi e' l'idea di
confinare la religione in una sfera privata''. ''Cio' - ha
rimarcato - e' inaccettabile non solo per la Chiesa, ma anche
pericoloso per la societa', in quanto la religione e' voce
dell'umanita' stessa''.
I timori per un ruolo pubblico della religione nascono - ad
avviso del porporato, gia' vicario di Roma - da ''una ostilita'
alla religione stessa, al cristianesimo, presente in non pochi
strati'', ma anche da un ''retaggio storico'' e dal timore di un
ritorno all' ''ancient regime'', ad una situazione precedente
alla rivoluzione francese, alla rivoluzione inglese e alla
rivoluzione americana: ''Ma non e' cosi''', ha osservato il
card. Ruini.
L'accusa di ingerenza ''mi dispiace'', ha sottolineato. ''Ma
dire che mi preoccupa - ha aggiunto - e' un po' troppo''.
(ANSA).
CEI: RUINI, NOSTRO PROBLEMA NON E' FINE DC MA SFIDE ETICHE
(ANSA) - CITTA' DEL VATICANO, 13 OTT - Il crollo della Dc e
la fine ''della presenza organizzata'' dei cattolici italiani ha
costituito uno ''svantaggio'' per la Chiesa in Italia , ma non
e' il problema principale di oggi, costituito invece dalle sfide
''etiche e antropologiche'' sulla famiglia e la vita; sfide di
rilevanza ''pubblica e non solo privata''. Ad affermarlo, in una
intervista alla Radio Vaticana, e' il card. Camillo Ruini, gia'
vicario di Roma e presidente della Cei, e ora responsabile del
Progetto culturale dell'episcopato italiano.
La ''caduta della Dc'', ha detto il porporato, ha comportato
anche il ''vantaggio'' di non legare piu' la Chiesa ad un
particolare partito, ma di farla ''rapportare a varie forze
politiche''. ''Lo svantaggio - ha rimarcato - e' stata la fine
della presenza organizzata dei cattolici''. Ora pero', ha
proseguito, ''la sfida piu' grande non deriva dalla caduta della
Dc'' ma dalle grandi questioni ''etiche e antropologiche che
richiedono una presenza della Chiesa in Italia''. (ANSA).
Vai qui per ascoltare tutta l'intervista rilasciata alla Radio Vaticana.
Le nuove tecnologie e la rivoluzione del libro
di Luca M. Possati
Quando si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione fu di stravagante felicità". Forse neanche l'immaginazione dell'autore della Biblioteca di Babele avrebbe potuto prevedere che il suo incredibile sogno metafisico - quello di una Biblioteca capace di contenere tutti i libri possibili - un giorno sarebbe diventato realtà. Ma è proprio così: oggi assistiamo a una rivoluzione della lettura e del libro senza precedenti. Le grandi aziende informatiche e le principali reti di distribuzione del mondo si stanno mobilitando: il futuro si chiama ebook, il libro digitale, economico e leggero, ma capace di contenere un'intera biblioteca di centinaia di migliaia di titoli. Nessuna copertina, nessun foglio. Solo uno schermo flessibile o arrotolabile, in grado di simulare alla perfezione la carta e gli effetti dell'inchiostro. Distaccato dalla materialità del volume e dalla localizzazione bibliotecaria, il testo nella sua rappresentazione elettronica può teoricamente raggiungere qualsiasi luogo e qualsiasi lettore. Certo, i vantaggi economici e ambientali non saranno pochi. Ma ci sarà vera diffusione del sapere? Che tipo di lettori nascerà? E quando il grande negozio virtuale avrà sostituito le biblioteche, chi difenderà i libri?

A lanciare la sfida dell'ebook è stato Amazon, il colosso delle vendite di libri cartacei on line, che all'inizio di ottobre ha annunciato una versione internazionale e una riduzione dei prezzi del suo lettore digitale Kindle. Il modello sarà distribuito in oltre cento Paesi, comprese India e Cina, e promette già ottimi risultati in termini di vendite. Come per la precedente versione, con il nuovo Kindle si potranno acquistare e scaricare libri e quotidiani elettronici (circa 68 testate) semplicemente connettendosi a internet senza fili. Tuttavia, almeno in una prima fase, la distribuzione incontrerà dei problemi. La maggior parte dei libri disponibili saranno scritti in lingua inglese e il numero di titoli sarà inferiore a quello già disponibile negli Stati Uniti (circa 355.000 titoli). Secondo uno studio pubblicato da "Forrester Research", nel 2009 si venderanno complessivamente tre milioni di ebook, di cui il sessanta per cento rappresentato dai prodotti Amazon. Stando ai dati di Crédit Suisse, la casa di Seattle distribuirà nel 2009 quasi due milioni di Kindle, per poi arrivare a 2,9 nel 2010 e a 8,5 nel 2014.
Ma a contendere il primato sono in tanti. C'è il Sony Reader, lettore dotato di uno schermo a sedici pollici (come il Kindle) e che può accedere a un milione di libri gratuiti grazie alla connessione con Google Book. C'è poi l'Iphone, il cellulare della Apple, che può leggere libri digitali grazie all'applicazione Stanza e può usufruire di una libreria di quasi un milione di volumi. Malgrado ciò, la casa di Cupertino non vuole aspettare e, secondo quanto riferito dal "Financial Times", sta preparando un proprio lettore da commercializzare l'anno prossimo. I rumors sono tanti e si rincorrono: già nel 2008 "Extreme Tech" aveva scritto - riportando addirittura gli schizzi dei progetti - che una delle novità allo studio della squadra di Steve Jobs era quella di un lettore multiuso stile Kindle dal misterioso nome di ITablet. Più di recente il sito specializzato "Gizmodo" ha riferito che l'Itablet sarà un minicomputer senza tastiera, capace non solo di scaricare giornali e libri, ma anche di visualizzare film, ascoltare musica di tutti i tipi, pubblicare filmati inediti.
L'ultima a mobilitarsi per far fronte al monopolio di Amazon è stata una delle più grandi catene di librerie statunitensi, Barnes&Noble, che ha lanciato un proprio negozio di libri digitali con 700.000 titoli, di cui 500.000 offerti gratuitamente da Google Book. Nel 2010 l'azienda presenterà anche un lettore digitale, il Plastic Logic, che avrà un innovativo schermo di plastica flessibile, invece che di vetro, costruito grazie a una tecnologia brevettata. Una strada diversa, invece, è stata imboccata dalla taiwanese Pixel Q1, che a inizio ottobre ha presentato il primo schermo Lcd (il display a cristalli liquidi) adatto a leggere i libri digitali. Lo schermo potrà essere applicato anche ai cellulari e ai piccoli computer e consentire così una lettura prolungata su dimensioni ridotte, allargando ulteriormente il mercato delle applicazioni e degli utenti. Uno schermo Lcd, inoltre, consentirebbe di introdurre due elementi che mancano a Kindle: i colori e le animazioni. E tra un po' di anni saranno disponibili anche schermi ripiegabili, a mo' di pergamena.
La guerra del libro digitale non si combatte soltanto tra aziende informatiche. C'è anche una battaglia più sottile: quella tra le grandi biblioteche cartacee e le multinazionali della rete. Google sta digitalizzando circa quindici milioni di libri, il cui dieci per cento non è protetto dai diritti d'autore. Il dipartimento di Giustizia americano ha chiesto al tribunale di New York di bloccare l'accordo raggiunto l'8 ottobre 2008 fra la società di Mountain View e alcuni sindacati di editori e di autori paventando il rischio di monopolio. Il giudizio finale sarà espresso il prossimo 9 novembre. In Europa i Governi sono perplessi: non si vuole affidare senza garanzie precise tutto il patrimonio culturale del continente a un sito americano. Di certo, come sottolineano in tanti, il digitale potrebbe essere un'ottima risposta al problema del caro-libri, soprattutto per la scuola e per l'università, e una scelta ecologica rilevante. Ma le possibili perdite commerciali non lasciano indifferenti gli editori e le grandi filiere di distribuzione, che si vedrebbero scavalcate. A fare ancora più paura è il pericolo della pirateria selvaggia, come già avvenuto anni fa con il famigerato sito musicale "Napster". Libri mercificati, rivenduti, svalutati, scissi dalla loro storia e dalla loro tradizione: nemmeno a questo Borges avrebbe mai pensato, ma di certo lo avrebbe temuto.
(©L'Osservatore Romano - 14 ottobre 2009)
di Giuseppe D'Avanzo (da "La Repubblica" del 1 ottobre)
Qualche numero essenziale, per capirci meglio. Nella campagna elettorale per le elezioni europee, secondo uno studio del Censis (9 giugno 2009), il 69,3 per cento degli elettori si è informato e ha scelto chi votare attraverso le notizie e i commenti dei telegiornali.
I tiggì sono il principale mezzo per orientare il voto soprattutto tra i meno istruiti (in questo caso, siamo al 76 per cento), i pensionati (78,7 per cento) e le casalinghe (74,1 per cento).
È necessario cominciare allora da questa scena. Più o meno sette italiani su dieci - che diventano otto su dieci tra chi è avanti con gli anni, è meno istruito o è donna che lavora in casa e per la famiglia - scrutano la vita, la realtà e il mondo dalla finestra aperta dai telegiornali - tra cui il Tg1 e il Tg5 - da soli - raccolgono e concentrano oltre il 60 per cento del pubblico. Nella cornice di questa finestra buona parte degli italiani matura emozioni, percezioni, paure, insicurezza, fiducia, ottimismo, consapevolezze, orienta o rafforza le sue opinioni. Che cosa vedono, o meglio che cosa gli mostra quella finestra? Nello spazio stretto, quasi indefinito, tra la realtà e la sua rappresentazione mediatica si possono fare molti giochetti sporchi. Per esempio, spaventare tutti con il fantasma di un'inarrestabile criminalità che ci minaccia sulla soglia di casa o eliminare ogni incubo cancellando ogni traccia di sangue e di crimine. Nel secondo semestre del 2007 (governa Romano Prodi), i sei tiggì maggiori dedicano a fatti criminali 3.500 cronache. Nel primo semestre di quest'anno (Berlusconi regnante) 2.000 (fonte, Osservatorio di Pavia, report "Sicurezza e Media", curato da Antonio Nozzoli). Stupefacente il tracollo di storie nere nel Tg5. Con Prodi a Palazzo Chigi, le cronache criminali sono 900 (secondo semestre 2007). Diventano con Berlusconi 400 (primo semestre 2009). Il Tg1 Rai non giunge a tanto. Le dimezza: da 600 a 300.
È un gioco sporco, facile anche da fare: ometti, sopprimi, trucchi la scena secondo le istruzioni politiche del momento. Più o meno, un gioco delle tre carte. Carta vince, carta perde. Il crimine c'è e ora non c'è più perché il governo lo ha sconfitto o ridimensionato. Se fosse necessaria una nuova stagione di paura e di odio, riapparirebbe nelle mani del sapiente cartaro. In questa tecnica di governo non è necessaria l'azione, l'agire, mettere in campo politiche pubbliche contro il crimine, di sostegno alle imprese e alla famiglie, di protezione sociale per chi perde il lavoro, per fare qualche esempio. È sufficiente comunicare che lo si sta facendo, che lo si è fatto, e magari gridare al "miracolo". Come per il terremoto dell'Aquila. Ogni settimana, il capo del governo si autocompiace per l'evento incredibile, prodigioso che ha realizzato. Ma è autentico "il miracolo di efficienza"? Se si stila una classifica dei tempi di assegnazione di "moduli abitativi provvisori" si scopre che a San Giuliano di Puglia, i primi 30 moduli furono consegnati a 82 giorni dal sisma, in Umbria a 98 giorni, finanche in Irpinia (dove ci furono 3000 morti e 300 mila sfollati) in 105 giorni mentre in Abruzzo i primi moduli sono stati attribuiti a Onna dopo 116 giorni. Non basta dunque il racconto di un fatto in sé per comprenderlo. Il fatto in sé diventa trasparente soltanto se si rendono accessibili e trasparenti i nessi, le relazioni, i conflitti che vi sono contenuti. Privato della sua trama, delle sue relazioni con il passato e con il futuro, il fatto deteriora a immagine, a spettacolo e dunque è vero perché il fatto è lì sotto i nostri occhi; al contempo, è falso perché è stato manipolato, ma in realtà è finto perché l'immaginazione vi gioca un ruolo essenziale e parlare di "miracolo" - non c'è dubbio - aiuta la fantasia.
Il capolavoro di questa tecnica di comunicazione che diventa disinformazione lo raggiunge, come si racconta a pagina 13, il Tg1 di Augusto Minzolini quando dà conto delle disavventure di Silvio Berlusconi alle prese con gli esiti di una vita disordinata che gli consiglia di candidare a responsabilità pubbliche le falene che ne allietano le notti. Il caso nasce politico: così si rinnovano le élites? Se ne accentua la politicità con l'intervento di Veronica Lario che rivela le debolezze e la vulnerabilità del premier. Berlusconi avverte che in ballo c'è la sua credibilità di presidente del Consiglio. Va in televisione a Porta a porta per spiegarsi. Gioca male la partita. Mente, si contraddice. Gliene si chiede conto. Farfuglia. Tace. Decide di rivolgersi a un giudice per vietare che gli si facciano anche delle domande. È l'ordito di un "caso" che diventa (a ragione) internazionale. Il Tg1 lo spoglia di ogni riferimento. Dà conto soltanto degli strepiti del Capo: "complotto", "trama eversiva". Si lascia galleggiare quest'accusa. Contro chi? Perché? Che cosa è accaduto? Non lo si dice. Appare la D'Addario. Ha trascorso una notte con il capo del governo, è stata candidata alle elezioni. È la conferma dell'interesse pubblico dell'affare, è la prova della ricattabilità di Berlusconi. Minzolini fa finta di niente. Cancella i rilievi dei vescovi; della figlia di Berlusconi, Barbara; l'attenzione della stampa internazionale. Spinge in un altro segmento del notiziario il destino del direttore dell'Avvenire, accoppato per vendetta dal giornale del Capo; i traffici di Gianpaolo Tarantini, il ruffiano di Palazzo Grazioli. Senza contesto e riferimenti, che cosa può comprendere quel 69,3 per cento di italiani che si informa soltanto attraverso le notizie del Tg? Nulla. Non comprenderà nulla e potrà bere come acqua di fonte che si tratta soltanto, come dice il direttore del Tg1, "dell'ultimo gossip". (I sondaggisti non sembrano curarsi di che cosa sappiano davvero dell'affare gli spettatori disinformati che interrogano).
Non siamo soltanto alle prese con una cattiva informazione o con un giornalismo di burocrati obbedienti. Abbiamo dinanzi un dispositivo di potere con una sua funzione psicologica determinante. Siamo assediati dal crimine o no? Devo avere paura o fiducia? All'Aquila c'è davvero un "miracolo" che presto toglierà dai guai tutti coloro che ne hanno bisogno? C'è "un complotto" che minaccia il premier o il premier ha combinato qualcosa che dovremmo sapere e che lui dovrebbe spiegare? Se - tra soppressioni, omissioni, menzogne - si abituano le persone a questa confusione inducendole a credere che nulla sia vero in se stesso e che ogni cosa può diventare vera o falsa per decisione dell'autorità e con l'obbedienza dei tiggì, si nientifica la realtà; si distrugge l'opinione pubblica; si sterilizza la coscienza delle cose; va a ramengo ogni spirito critico. È quel che accade oggi in Italia dove un unico soggetto pretende di detenere - con il potere - la verità, il diritto all'autocelebrazione, al racconto unidimensionale, ogni leva delle nostre emozioni e delle nostre esperienze. Oggi che si discute di che cosa deve essere il servizio pubblico, vale la pena ricordare che la libertà dell'informazione non è fine a se stessa, ma è solo un mezzo per proteggere un bene ancora più prezioso della libertà del giornalista: il diritto dei cittadini a essere informati.
thanx to hans
VOCI CATTOLICHE CONTRO LA RETORICA DELLA PATRIA E DELLA “MISSIONE DI PACE”
35204. ROMA-ADISTA. Mai come in occasione della morte di soldati impegnati all’estero nelle cosiddette “missioni di pace” la retorica dell’unità nazionale contribuisce a tacitare non solo ogni voce di dissenso, ma finanche ogni invito alla riflessione che trascenda la ‘semplificazione patriottica’ imposta dal sistema politico-mediatico in nome della presunta “lotta al terrorismo” e dell’“esportazione della democrazia”. Era accaduto con i morti di Nassiriya ed accade oggi dopo la morte a Kabul dei 6 parà della Brigata Folgore.
Del resto anche Benedetto XVI non ha tardato ad unirsi al coro di celebrazione dei ‘nostri eroi’ invocando - in un telegramma letto durante di funerali di Stato tenutisi nella Basilica di San Paolo fuori le mura - “la materna intercessione di Maria affinché il signore Dio sostenga e accolga chi ha portato nel mondo solidarietà, misericordia e pace”.
Tuttavia non sono mancate nel mondo cattolico le prese di posizione controcorrente. Oscurate dai grandi media, sono corse soprattutto sul web, nei blog e siti dove l’arcipelago del cattolicesimo conciliare e pacifista ha imparato a comunicare stante la chiusura di ogni spazio all’interno del circuito degli organi cattolici “ufficiali” nell’era Ruini-Boffo. La Comunità di Base di San Paolo a Roma ha anche inscenato una piccola manifestazione, salutando il corteo funebre che ha sfilato lungo la via Ostiense (proprio davanti alla sede della comunità) con bandiere della pace e uno striscione con su scritto: “No alla guerra. Pace ai morti di ogni parte”.
Don Paolo Farinella: dov’è l’eroismo?
“A costo di apparire cinico”, ha scritto il prete genovese don Paolo Farinella nella sua newsletter, “non riesco a piangere questi morti ‘italiani’, isolati dal loro contesto reale”. “I soldati morti sapevano che potevano morire (fa parte del loro mestiere), ma sono andati ugualmente per scelta e per interesse economico, cioè per guadagnare di più. So anche che molti vanno per il brivido della guerra, per dirla alla popolana per menare le mani e sperimentare armi nuove e di precisione. Dov’è l’eroismo nell’uccidere sistematicamente, per sbaglio o per fuoco amico, civili che a loro volta sono vittime nel loro Paese e vittime degli occupanti stranieri?”. Quelli di Kabul , ha aggiunto don Farinella, “sono morti inutili, morti che dovrebbero suscitare vergogna in chi li ha mandati”; “sono vittime, come sono vittime i morti afghani, come sono vittime i talebani usati dall’Occidente quando venivano comodo contro i Russi e da questi, a loro volta, armati quando servivano alla bisogna; mentre ora i beniamini di ieri sono i nemici di tutti”.
Don Vitaliano Della Sala: il vero oltraggio ai morti è la falsa retorica
“Mi pare che in tutta questa vicenda”, ha dichiarato ad Adista don Vitaliano della Sala, “le uniche parole veramente sagge siano state pronunciate da quell’uomo che ha gridato dall’altare della Basilica di San Paolo ‘Pace subito!’. Ma ovviante i telegiornali non ne hanno dato notizia”. “In parrocchia”, ha poi raccontato don Vitaliano, “io ho un ragazzo che proprio pochi giorni fa è partito per l’Afghanistan. E infatti quando mi è giunta la notizia dell’attentato mi sono subito preoccupato, temendo che ne fosse stato coinvolto. Devo dire però, con molta sincerità, che questo per lui è un mestiere, è un lavoro come un altro, al di là di tutta la retorica che abbiamo sentito in questi giorni da giornali e televisioni. E allora se chiamano ‘eroi’ i soldati che muoiono in queste missioni, dovrebbero chiamare eroi anche gli operai che cadono dalle impalcature. Se si esce dalla retorica, invece, ci accorgiamo che i soldati morti non sono degli eroi, ma semplicemente dei poveri ragazzi morti sul lavoro, o meglio mandati a morire da chi questa guerra l’ha voluta. Non credo che dire questo sia un insulto. Se mai è un insulto verso la loro memoria e verso il dolore dei loro famigliari continuare a coprire il tutto con questa falsa retorica”.
Don Franco Barbero: funerali-parata per celebrare la retorica della guerra
“La celebrazione dei funerali di Stato, con tutti gli annessi e connessi”, ha scritto sul suo blog don Franco Barbero, “è risultata una parata fatta apposta per confermarci nella cultura della guerra: trombe, processioni, cerimonie, incensi, parate che danno spettacolo e confondono le idee. Così i cittadini non pensano e i signori dei palazzi, politici e religiosi, continuano a narrarci le consuete banalità e menzogne”.
Non si associa alla retorica militarista neanche la sezione italiana di Pax Christi. “Il miglior modo di onorare i morti, e tutte le vittime della violenza di qualunque segno - ha scritto il Consiglio nazionale in un documento del 21 settembre (la versione integrale sul numero allegato di Adista Segni Nuovi) -, è quello di operare per evitare le tragedie, per superare una situazione di violenza che può durare decenni, per prevenire ulteriori lutti dannosi per il mondo intero”. “Nonostante una presenza militare di otto anni - ha proseguito il Consiglio nazionale di Pax Christi -, la situazione afghana si è aggravata: la violenza e i morti aumentano, la democrazia è un simulacro, le donne vengono ancora schiavizzate, il traffico di eroina cresce, l’instabilità è cronica e diffusa”. Per questo il movimento cattolico per la pace chiede esplicitamente il ritiro delle truppe: “Per noi il necessario ritiro delle truppe dall’Afghanistan deve essere accompagnato da una seria riconversione civile della presenza militare che sostenga la società civile afghana e da una vera cooperazione internazionale”.
Il “caso” di don Giorgio De Capitani
Nella diocesi di Milano le invettive di don Giorgio de Capitani – prete di Monte di Rovagnate non nuovo ad un linguaggio dai toni assai coloriti – hanno suscitato la reazione della Curia. Il 18 settembre, giorno dell’attentato a Kabul, don Giorgio pubblicava sul suo blog un commento che era costretto a rimuovere poco dopo a causa dell’intervento dell’avvocato dell’arcidiocesi di Milano. “La cancellazione dell’articolo”, ha spiegato lo stesso de Capitani, “mi è stata chiesta per le offese rivolte al ministro La Russa, e non per le mie opinioni in merito alla morte dei soldati italiani”. Opinioni che venivano dunque ripetute in un intervento di poco successivo: “Perché”, si è domandato in quel secondo articolo don Giorgio, “non si ha il coraggio di dire che i nostri militari che si trovano nelle zone calde di una guerra non sono altro che mercenari, pagati profumatamente dal governo, cioè da noi, per svolgere un mestiere (perché parlare di ‘missione’, parola nobile da lasciare solo ai testimoni della carità?) che consiste nello sparare su bersagli umani, senza distinguere troppo se si tratta di bambini o di nemici armati?”. “Perché”, ha aggiunto il prete, “onorare la morte di mercenari, quando ben pochi si ricordano dei veri testimoni della carità e della giustizia? Chi si ricorda di Teresa Sarti, moglie di Gino Strada? Una grande donna, altro che i maschioni fascistoidi della Folgore!”.
Parole che hanno provocato un secondo intervento da parte della Curia: l’arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi, recitava un comunicato stampa diffuso il 20 settembre, prende “le distanze dalle prese di posizione personali del prete ambrosiano don Giorgio De Capitani, le cui dichiarazioni giorni fa sono già state oggetto di richiamo (solo parzialmente recepito)” e ribadisce “il proprio dovere e la propria vicinanza umana e spirituale alle famiglie delle vittime dell’attentato a Kabul. L’Arcivescovo e la Diocesi pregano per queste persone morte nel compimento del proprio dovere e per tutti i caduti – militari e civili – di ogni conflitto”.
La curia di Milano rispondeva così anche alle critiche del Giornale della famiglia Berlusconi che qualche giorno prima aveva aperto una campagna contro don Giorgio con l’articolo intitolato: “Il prete sciacallo e il silenzio del cardinale”. Il 21 settembre, il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, poteva dunque titolare: “Don Giorgio maledice i caduti ma ora Tettamanzi lo scarica”.
Moltissimi i messaggi con insulti inviati al sito di don Giorgio, che è stato anche fisicamente minacciato davanti alla propria canonica. Per questo motivo il prefetto ed il questore di Lecco stanno predisponendo un programma di protezione. Ma a don Giorgio sono giunte anche molte lettere di solidarietà e sostegno. Lui continua per la sua strada: “È il rischio del mestiere”, scrive sul suo blog, “di quel mestiere nobile che si chiama evangelizzazione radicale”. (e. c.)
Papa Benedetto XVI va nella Repubblica Ceca per il suo XIII viaggio apostolico all'estero. Compie una trasferta in una terra in cui sono molto diffusi l'ateismo e i pregiudizi anticlericali. I giornali locali si mostrano dapprima critici nei suoi confronti e poi cambiano toni. Lui riceve una buona accoglienza, soprattutto in occasione delle celebrazioni eucaristiche a Brno, in Moravia, e a Praga. Pronuncia dieci discorsi (omelie comprese), densi, ma chiari e interessanti.
L'evento ha indubbiamente rilievo solo per chi è cattolico, o è interessato specificamente alle vicende religiose dell'Europa. Ma c'è da notare che di queste tre giornate di viaggio ricche di incontri e parole, sui mezzi di comunicazione restano solo due immagini. Berlusconi che lo saluta al momento della partenza da Roma, sabato scorso. E il ragnetto che passeggia sulla sua veste mentre il Papa parla al Castello di Praga. Molti articoli e commenti sono stati scritti su queste due immagini. Pochissimo sul resto. Non si contano coloro che hanno visionato su YouTube l'aracnide "in pellegrinaggio" sulle spalle del Pontefice.
E' la prova provata che l'informazione viaggia oggi sul web soprattutto attraverso le immagini. Il premier italiano e il Pontefice si sono incontrati solo per pochi minuti. Non si sono detti nulla di fondamentale. Né il loro saluto era evitabile trovandosi entrambi all'aeroporto. Eppure per motivi storici e politici la fotografia che li ritraeva insieme ha avuto un valore comunicativo potentissimo. Il ragnetto del Papa era un evento apparentemente insignificante e casuale. Eppure ha avuto una forza comunicativa maggiore (e pare non negativa) rispetto ad ogni altro gesto compiuto dal Successore di Pietro nella Repubblica Ceca.
Ce n'è abbastanza per dare da pensare, soprattutto a chi in Vaticano, o nella Chiesa, si occupa di comunicazione. Ma non solo. Nel nostro mondo della comunicazione una foto o un breve video, anche se non ritraggono eventi di reale importanza, hanno un valore immenso rispetto a qualsiasi episodio reale. E' la legge del ragnetto, piaccia o no.
http://www.youtube.com/watch?v=GOx045-UlBc
di Massimo Fini
da "Il Fatto Quotidiano" di oggi
Come mai tanta brava gente, pur capendo benissimo chi è Berlusconi, continua a dargli la preferenza? Perché la sinistra è odiosa. Ha una perenne supercigliosità, una puzzetta sotto il naso, un guardar dall'alto in basso che le deriva dalla tradizione del vecchio Pci, solo che quando questo atteggiamento era di Amendola o di altri comunisti dell'epoca poteva anche avere una legittimità e incutere rispetto, negli stracciaculi di oggi suscita solo fastidio. L'attuale destra, che per la verità si fa fatica a chiamar tale perché la destra è una cosa seria, è molto meno spocchiosa. A cominciare dal "lider maximo". Ho un paio di ricordi in proposito. Ero a San Siro, con mio fglio, a vedere Milan-Toro. Poiché il Milan praticava una politica di abbonamenti a tappeto avrei dovuto andare in curva ma con un bambino di dieci anni non me l'ero sentita di portarlo fra gli assassini. Così ero finito fra gli stronzi della Tribuna d'Onore. Durante l'intervallo molti importanti giornalisti - mi ricordo Piero Ostellino - si erano accalcati attorno a Berlusconi, vezzeggiandolo con alti squittii. La scena si era ripetuta alla fine della partita. Io stavo uscendo dallo stadio con mio fglio. Berlusconi mollò il manipolo di leccaculi e venne dritto verso di me: "L'ho vista ieri al Costanzo Show". "Ah, ma vede proprio tutto, presidente", risposi e me ne andai. Sapeva benissimo che ero un antipatizzante, ma per il suo narcisismo, per la sua inesausta ansia di piacere a tutti, per l'incapacità antropologica di concepire che si possa pensarla diversamente da lui, aveva cercato di sedurmi. Non ci era riuscito. Ma almeno ci aveva provato. Aveva dimostrato attenzione per la mia persona. E lo stesso mi è capitato le volte che ho incrociato Fedele Confalonieri che, nella coppia, ha la parte del "poliziotto buono". Se incontro, in qualche trasmissione, Pecoraro Scanio, dicesi Pecoraro Scanio, costui mi passa attraverso, non mi vede neanche. Pamela Villoresi è una mia cara amica e guando si trova a Milano è ospite da me. E' la classica "suorina di sinistra" - in più di vent'anni di conoscenza non mi è riuscito di convertirla a sentimenti piu sobri - e alla sinistra, per pura passione ideale, ha reso parecchi servigi gratuiti. Poiché oltre a far l'attrice organizza festival di teatro è costretta ad avere rapporti con le istituzioni. Bene, l'ho vista cercare di contattare Rutelli, dicesi Rutelli, e passare per una trafila esasperante, senza riuscirci. Di recente mi ha raccontato, un po' sbalordita e un po' lusingata: «Sai, l'altro giorno ho telefonato a Gianni Letta. Non mi ha lasciato quasi aprir bocca: "Signora che piacere. Io l'ammiro moltissimo. Vediamoci quando vuole, anche subito"». Sarà l'inferiority complex che questa destra nutre nei confronti del mondo della cultura, ma così è. Poi magari fanno leggi che segano cultura, teatro, scuola. Ma, sul piano personale, la sinistra riesce a essere più antipatica di questi mezzi manigoldi. E ce ne vuole.
thanx to hans
di Beppe Severgini
Dal Corriere della Sera del 24-9-09
Quanti quotidiani si vendono ogni giorno in Italia, se escludiamo quelli sportivi? Più o meno cinque milioni.
Quanti italiani entrano regolarmente in libreria? Più o meno cinque milioni.
Quanti sono gli abbonati a Sky? Più o meno cinque milioni. Quanti sono i visitatori quotidiani dei siti d'informazione? Più o meno cinque milioni. Quanti telespettatori guardano i programmi d'approfondimento in seconda serata? Più o meno cinque milioni. Il sospetto è che siano sempre gli stessi. Cinque milioni. Chiamiamolo il Five Million Club (FMC), visto che molti iscritti dicono di sapere l'inglese.
E' importante, questo FMC? Certo, ma meno di quanto crede. E' decisivo? Be', decide il tono e il corso del dibattito nazionale, come dimostrano le ultime vicende. Ma non sposta voti, e non decide le elezioni. Chi scenderà in piazza sabato per la libertà d'informazione è iscritto all'FMC.
Legge i giornali, conosce i crucci di Michele Santoro, chiederà (giustamente) che a Report venga mantenuta la tutela legale. Anche chi contesterà quella piazza appartiene all'FMC: perché, nel «club dei cinque milioni», ci sono filogovernativi e antigovernativi; liberi pensatori e pensatori a gettone; liberali, liberisti, libertari e libertini (parecchi).
La sinistra intellettuale adora l'FMC: ci sguazza come un labrador in una marcita. Anche la destra di lotta e di governo ama il club, e si diverte (ehilà, ministro Brunetta!): ma ha capito che il destino si decide altrove. Per esempio, in televisione. Più precisamente: televisione in chiaro, dalle 19 alle 23.
Oggi è di moda negarlo, o minimizzarne l'impatto. Certo: si può perdere le elezioni anche controllando la TV. Ma, senza quel controllo, si sarebbe perso prima, o peggio. Spegnere l'allarme (dov'è finita la criminalità?), cancellare personaggi scomodi, nascondere problemi: la TV è importante per quello che non dice, per le domande che non pone, per le critiche che non offre, per le inchieste che non fa.
Perché il nostro Capo parla di giornalismo buono (la Tv) e giornalismo cattivo (i giornali)? Perché la politica ha sempre considerato la Rai un bottino di guerra, e pretende le direzioni dei telegiornali dopo la vittoria elettorale? Perché, su Mediaset, la fronda viene lasciati ai comici (in tarda serata)?
Perché Crozza e Fazio (prima serata) disturbano? Matrix, lunedì, ha detto che «Tg 1 e Tg5 sono imparziali per definizione».
Ma non è così, e lo sappiamo. Lo sappiamo, nell'FMC. Fuori se ne accorgono? Ho qualche dubbio: non gli interessa, hanno altro da fare.
L'unico ostacolo, per chi comanda, è oggi la par condicio in campagna elettorale. Ovviamente, vuole abolirla.
http://andreasarubbi.wordpress.com
Mi dispiace non averne parlato prima, perché in questi giorni non so davvero a chi dare i resti, ma ieri ed oggi si sta svolgendo a Roma un convegno che abbiamo organizzato con l’associazione PeR, Persone e Reti, tra i cui fondatori figuro indegnamente anch’io. Si intitola “La rabbia ed il coraggio”, perché – come diceva Sant’Agostino – rabbia e coraggio sono i due figli della speranza: la rabbia nel vedere come vanno le cose, il coraggio di vedere come potrebbero andare. Un giorno e mezzo di dibattiti (il pomeriggio di ieri, la giornata di oggi) per riflettere sul tema dei laici credenti: un’espressione che a me piace molto più di quel “cattolici” che viene spesso utilizzato in contrapposizione ai “laici” duri e puri. Non vi starò a raccontare i lavori per filo e per segno (intervengo anch’io, parlando del mio sforzo di dialogo in questa avventura della proposta di legge sulla cittadinanza), ma ci tengo a farvi riflettere su un po’ di numeri: quelli emersi da un sondaggio che abbiamo commissionato all’Ipsos sul mondo cattolico dopo le elezioni del 2009. Perdonatemi lo stile, ma nel tentativo di essere chiaro vado per punti.
1. Il cattolico praticante in Italia è in maggioranza una donna sopra i 55 anni, spesso meridionale, con una scolarità non elevata. Politicamente tende a collocarsi fra il centro ed il centrodestra, ma più sale con l’età e più si colloca al centro. Il cattolico saltuario, diffuso nella fascia 25-54 anni, ha una scolarità media e svolge lavoro autonomo, ma può essere anche un impiegato, un operaio o affine; tende a collocarsi anche lui fra il centro ed il centrodestra. I non praticanti (spesso nella fascia 25-34 anni, residenti al centro-nord) si collocano a sinistra; i non credenti (18-34 anni, laureati, studenti o professioni elevate, residenti nel centro-nord e nei comuni grandi) si autocollocano fra il centro-sinistra e la sinistra. Questo mi fa pensare che il Pd (nato per essere un partito di popolo, attento agli strati bassi della popolazione) non riesce a convincere la famosa casalinga di Voghera (in questo caso di Catanzaro, ma il discorso non cambia).
2. Guardando ai dati delle Europee tra i cattolici praticanti, il Pdl prende il 6% in più rispetto alla media nazionale, l’Udc il 4% in più, la Lega e l’Idv l’1% in meno, il Pd il 3,5% in meno. Più della metà dei cattolici praticanti, insomma, dà la preferenza al Pdl o alla Lega; lasciando da parte l’Udc, il partito che di gran lunga viene considerato “più rappresentativo dei valori cattolici” anche da chi non lo vota, mi fa riflettere il grande scarto fra chi considera tale il Pdl (22%) e chi il Pd (10%). A mio parere, ma potrei sbagliarmi, significa che al cattolico medio interessano sia la difesa della vita che quella dei poveri, ma se proprio deve scegliere sceglie la prima.
3. Alla domanda specifica sul mio partito (”Il Pd è capace di rappresentare anche i valori e le opinioni dei cattolici italiani?”), si nota un grande scarto fra le elezioni del 2008 ed il momento attuale: un anno e mezzo fa c’era molta più fiducia (28% per “sicuramente”, 36% per “solo in parte”), oggi la percezione positiva scende (23% “sicuramente”, 35% “solo in parte”) mentre cresce l’idea che il Pd sia “egemonizzato dalla sinistra laica” (21% nel 2008, 30% ora). Qui non c’è grande bisogno di commentare: la perdita di fiducia dei cattolici nel Partito democratico è rimediabile ma evidente, ed è difficile non vederci un richiamo alle discussioni sul fine vita.
4. La condotta personale del premier, emersa dalle cronache estive, non ha cambiato quasi nulla: di questa opinione sono circa il 57% degli intervistati, e la percentuale regge anche fra i cattolici impegnati o comunque assidui. In ogni caso, chi si è allontanato dal Centrodestra si è spostato verso l’Udc oppure, in misura uguale, si è distaccato dalla politica perché deluso. Poco significativo il passaggio dal Pdl al Pd.
Le mie sensazioni sono essenzialmente due. Da un lato, come laico credente, credo che la Chiesa (intesa come popolo di Dio nel suo insieme) abbia bisogno di qualche vitamina perché lo stato di salute non mi pare incoraggiante. Dall’altro, come innamorato del Partito democratico e del suo progetto iniziale, credo che anche qualche vitamina farebbe bene pure a noi, se non vogliamo condannarci al ruolo di partito di nicchia.
Andrea Sarubbi
«I blog sono come la birra fatta in casa. Chiunque può produrli », scriveva due anni fa Glenn Reynolds, tra i pionieri delle nuove distillerie digitali. Con bassi investimenti e alta tecnologia, Un esercito di Davide (il titolo del suo libro) si è messo in marcia per conquistare pubblico e terreno pubblicitario ai danni dei giganti tradizionali.
Democratizzazione e decentralizzazione sono state per anni le parole d’accesso e la promessa dei web-profeti. «È andata davvero così?», si chiede l ’Atlantic Monthly . Che fa notare l’emergere del blogger professionista, sempre più dipendente (e stipendiato) dai Golia che era nato per contrastare. La rivista americana ricorda la parabola di Ezra Klein, da urlatore solitario a oratore per il Washington Post . O l’evoluzione di Ross Douthat, da Internet alla pagina degli editoriali del New York Times.
Tra i cinquanta blog più visitati della classifica stilata da Technorati, gli autori auto-prodotti sono rimasti pochi e riuscire a raggiungere i vertici è diventato sempre più difficile, perché i grandi nomi e i grandi marchi attirano e monopolizzano il traffico online. Aol da sola è proprietaria di ventisette blog sui primi cento della lista. Gli altri finiscono impolverati: il 94 per cento dei siti personali rilevati nel 2008 è stato chiuso o abbandonato.
Anche in Italia i blog più seguiti e discussi sono rilanciati e inglobati dai portali di testate Golia o sono l’emanazione di nomi già noti (grazie ai vecchi media). Piovono rane — in testa secondo Blogbabel — è curato da Alessandro Gilioli, giornalista de L’espresso . Nei primi dieci posti ci sono Beppe Grillo e Voglioscendere del trio Corrias-Gomez-Travaglio. Da democratico e decentrato, l’universo web comincia ad assomigliare al mondo di qua, dove tanti parlano e pochi hanno la possibilità di farsi sentire.
Davide Frattini
19 settembre 2009
Incontri un vecchio amico a una festa. Ehi! come va! Siamo cambiati, con gli anni eh? Quasi non ti riconoscevo! Sorrisi, due battute, poi il tuo amico ti prende da parte e comincia a raccontarti che conosce un tizio che è stato imputato di:
- corruzione giudiziaria multipla;
- falsa testimonianza;
- falso in bilancio;
- appropriazione indebita;
- frode fiscale;
- traffico di droga;
- stragi mafiose 1992-93;
- concorso esterno in associazione mafiosa;
- riciclaggio di denaro sporco;
- corruzione politica;
cosa fai? Ti metti a ridere e dici, sì vabbé, dai, è una barzelletta. Chi mai potrebbe collezionare tutta questa serie di reati, Gambadilegno?
Poi, l'amico ti dice che quel tizio è riuscito a farsi eleggere e andare al governo. Addirittura come presidente del consiglio!
A 'sto punto non ridi più e dici all'amico: ok, basta con questa storia. Quale popolo farebbe una cosa del genere? Nemmeno a Kafkalandia, dai, smettila.
Ma l'amico insiste e ti dice che il tizio, una volta al governo, si fa delle leggi per bloccare o eliminare i processi in corso a suo carico. E ci riesce! Addirittura uno stranissimo presidente della repubblica è subito d'accordo su una legge che lo salva da qualsiasi reato. QUALSIASI!
Tu, come chiunque sano di mente, ti rimetti a ridere e gli dici di piantarla lì che Topolino lo avrebbe già catturato. E ridi, ridi...
Ma l'amico insiste, e ti dice che il tizio ha monopolizzato l'informazione, ha tre reti televisive ma influenza praticamente in toto anche le rimanenti, ha letteralmente rubato una delle maggiori testate giornalistiche, ha cacciato i dissidenti, quelli che tentano di dire la verità su di lui e, in più, racconta in lungo e in largo che ce l'hanno tutti con lui, che lui è candido come la neve, che la magistratura ce l'ha con lui a morte, soprattutto perché ci sono dietro i comunisti che lo odiano.
Tu, allora, gli dici, va bene, continua pure con questa fola, voglio vedere dove si spinge la tua fantasia.
Il tuo amico prosegue, e dice che quel tizio (ormai paradossale, davvero incredibile) è basso ma si mette i tacchi, stava diventando calvo ma si è fatto il trapianto, ha le mani bianche ma la faccia color mattone, non perde occasione per cantare e raccontare storielle di tutti i tipi, si veste come un cucco e alle foto con gli altri politici del mondo fa le corna, si piazza in alto in punta di piedi, grida, fa gli scherzi che nemmeno all'asilo, racconta barzellette idiote e ne fa di tutti i colori. Fra l'altro, si allea con i peggiori leader mondiali. In più spara cretinerie tremendamente imbarazzanti per tutto il mondo, figuriamoci per la nazione che rappresenta.
A questo punto ti riprendi e rispondi che la storiella sta scadendo in qualcosa che non solo è semplicemente ridicola, ma sembra proprio voler costruire un personaggio assurdo. Un malato di mente.
Ma l'amico prosegue, e ti racconta che quel tizio sembra proprio mettere in azione un piano ben preciso, pensato da un pazzo a capo di una strana, oscura, organizzazione chiamata loggia, dove anche lui si è iscritto, dove si è pensato di modificare l'intero pensiero del popolo, eliminando i poteri che siano messi lì per evitare che un governo diventi una dittatura, al punto di modificare la Costituzione. Non solo: il tizio mette al governo soltanto i suoi tirapiedi, anche se è costretto ad allearsi con altri che sbraitano che vogliono dividere il paese anziché trovare soluzioni per farlo diventare più solido e compatto, con altri che sono dei malati di mente e con altri ancora che fanno parte dell'opposizione ma lo proteggono in qualsiasi momento, tanto, lui, il tizio, è pieno di soldi - RUBATI - che dà a destra e a sinistra, pur di fare quello che vuole. Non contento, lascia che vadano in rovina aziende enormi proteggendo, però, le sue; al punto che soltanto una delle sue reti televisive - ABUSIVA - costa al popolo centinaia di milioni di multa.
Qui ti incuriosisci perché ti viene il sospetto: la storiella è un po' troppo "carica". E' chiaro che ti sta raccontando una barzelletta. E vuoi vedere come finisce.
Il tuo amico prosegue. Dice che quel tizio a un certo punto viene fotografato e ripreso mentre nella villa - di Stato - ci vanno mignotte; poi mette al governo ragazze dello spettacolo, tizie cretine e comunque ignoranti. Ignoranti proprio come il ministro per l'istruzione. Ma non basta: sua moglie vuole divorziare perché lui ha la mania delle minorenni e più di una volta la povera moglie ha detto ai suoi amici intimi di dargli una mano perché è malato, parola della poveretta. Ma lui dice pubblicamente che sua moglie è preda dei pensieri comunisti (come, in casa sua? E poi, quali comunisti, che se li è comprati praticamente tutti?).
Il tuo amico nota che ti stai distraendo, perché la storia è davvero troppo, troppo carica, sai come quelle barzellette che non finiscono mai per poi sparare la conclusione? Sì, ma qui ti sta venendo un po' a noia.
Allora il tuo amico, che si ricorda dove punzecchiarti, ti raccconta che quel tizio, per prendere più voti possibile, ha capito che bisogna seguire poche cosette che piacciono tanto ai credenti che, in quella nazione, sono davvero tantissimi. Così, la chiesa lo protegge e lo sorregge e anche se ha un divorzio alle spalle, anche se è uno che i Comandamenti del "non desiderare..." se li fuma e anche se è un criminale ormai riconosciuto, va al Family Day per far vedere quanto ci tiene alla famiglia, anche se le leggi per la famiglia fanno ridere e, anzi, pretende di fare leggi che lui stesso è l'ultimo a rispettare.
Ma tu rispondi "Eh no, giù le mani dalla chiesa! Ora hai passato il segno! Va bene le barzellette, ma certe cose non si toccano!".
Ma l'amico socchiude gli occhi e ti dice che non è finita. Continua che il tizio, ormai lo si è capito, è un mentitore di professione, è uno che ha convinto con le sue menzogne milioni di persone che, oltretutto, non possono informarsi sulle vere vicende. Tranne che in Internet che, ovviamente, il tizio tenta di bloccare in tutti i modi. Ma, insomma, il tizio è uno che, addirittura, pur di salvarsi, dice di fronte ai microfoni una cosa come:
"So che ci sono fermenti in procura, a Palermo e a Milano. Si ricominciano a guardare i fatti del '93, del '94 e del '92. Mi fa male che queste persone, con i soldi di tutti, facciano cose cospirando contro di noi, che lavoriamo per il bene del Paese".
A questo punto ribatti: "NOI"? ma "noi" chi, scusa? Se il tizio non vuole che la magistratura prosegua il processo per strage dicendo che è una cospirazione "contro di noi", vuol dire che il tizio E' mafioso, no? E aggingi "Racconta meglio le storie, ché questa cade in contraddizione o, quantomeno, il tizio sarebbe davvero troppo stupido".
E' vero, risponde il tuo amico, ma è qui che la cosa si fa interessante.
"E cioè?" domandi.
L'amico ti risponde: "Il fatto tremendo, è che moltissima gente continua a dire che lui è un uomo d'oro, che se non era per lui non si farebbero le tanto utili centrali nucleari, ma noi sappiamo che è una cretinata colossale, no? E la gente continua che se non fosse per lui tante cose non si sarebbero mai fatte, ma quali? Ma la gente continua a gridare che il tizio è un benefattore che ha solo il difetto di essere intelligente e ricco, e così gli invidiosi s'inventano cose che non stanno né in cielo, né in Terra e che piuttosto che niente gli vanno a rimescolare la vita privata con dicerie e critiche suggerite dal Demonio. E poi, aggiunge la gente, lui è fatto così, e allora? Ognuno ha i suoi difetti!"
"Sì" ribatti con dignità civica "ma se il tizio è il presidente del consiglio, non può mettersi in casa cariolate di sconosciute che poi possono ricattarlo, mettendo quindi in difficoltà tutta la nazione, andiamo! E poi, via! un po' di decoro se rappresenti una nazione!"
Il tuo amico, improvvisamente, guarda l'orologio e dice "Uh! devo andare, mi ero dimenticato che ho un appuntamento. Scusa sai, ma..."
"Ma che sei scemo?" gli dici trattenendolo per la manica. "E come finisce questa baggianata? Ora me lo dici!"
Ma l'amico risponde: "Oh, non è mica finita."
Rimani un attimo interdetto, poi gli sferri un pugno che gli sposta appena la maschera che ha sul viso e, mentre si rialza ti domanda "E adesso questo CHE C'AZZECCA?"
E' in quel momento che ti svegli, dritto, sul letto, ansimante, devi aver battagliato non poco in quell'incubo. Poi ti riprendi, felice che quello fosse solo un brutto sogno. Certo, il tuo paese ha i suoi problemini, ma chi non ce li ha? E poi, certo, i politici non sono mica perfetti, anche nel tuo paese ci sono pecorelle nere.
E ti riaddormenti felice perché un incubo del genere non può capitare a nessuno. Che bello.
Il Carnefice
Editoriale di Ernesto Galli Della Loggia
apparso sul Corriere della Sera il 30 agosto 2009
È certamente un fatto nuovo nel dopoguerra lo scontro al calor bianco che si registra in queste ore tra una parte delle alte gerarchie cattoliche e il centrodestra. Non è certo un dato da sottovalutare, anche se è probabile che nel giro di qualche tempo esso sarà in un certo modo riassorbito, non convenendo una rottura a nessuna delle due parti in causa. E allora emergerà in tutta evidenza un dato sostanziale: il mutamento dell' opinione pubblica circa i rapporti tra Chiesa e Stato e tutto ciò che essi significano e comprendono. Si tratta di un mutamento di fondo. Questa svolta dell' opinione pubblica comincerà a far sentire sempre di più il suo peso. Il mutamento di cui sto parlando ha un effetto soprattutto: quello di rendere progressivamente inattuale la vecchia distinzione antagonistica laici-cattolici. Una lunga fase della storia italiana è stata percorsa da questo antagonismo. Esso aveva il proprio epicentro nella periodica disputa circa la legislazione dello Stato in alcune materie «sensibili» (istruzione, matrimonio, ecc.), ma era per così dire tenuto sotto controllo dall' esistenza nel Paese di un' opinione assolutamente maggioritaria circa un punto decisivo: il riconoscimento dell' imprescindibile carattere istituzionale della Chiesa cattolica. Cioè che questa, per svolgere la sua missione, ha bisogno di una totale e piena autonomia che in pratica solo la riconosciuta sovranità nei propri ambiti può assicurarle, nonché di adeguati strumenti (anche finanziari) di presenza e d' intervento nella società. È da tale opinione diffusa che è discesa per tutti i decenni della prima Repubblica la pressoché unanime accettazione del Concordato come strumento regolativo dei rapporti tra Stato e Chiesa. Alla cui base, difatti, non c' è una questione di oggettiva «libertà» della Chiesa (a tal fine basterebbe qualunque Costituzione democratica), ma la questione della sua «sovranità»: per cui essa si «sente» libera solo se in qualche modo è anche «sovrana». Ciò che sta mutando (e venendo meno) è proprio la pressoché unanime accettazione di cui ora ho detto. Sia tra i credenti che tra i non credenti va facendosi strada, infatti, l' idea che la Chiesa non debba possedere un carattere istituzionale di segno forte. I primi lo pensano per il rinnovato sogno di una fede capace di vivere e di affermarsi nel mondo per la sola forza dello Spirito e della Parola; nonché per la sempre rinnovata paura di contaminare l' altezza dei «principi» con la miseria della «realtà». Tra i secondi, invece, va diffondendosi la convinzione - fatta propria in precedenza da pochi laici doc - che una Chiesa istituzionalizzata e «sovrana», e dunque il Concordato che ne è il riconoscimento, non solo rappresentino un attentato all' eguaglianza dei cittadini e all' esercizio di una sfera dei diritti sempre più ampia e orientata soggettivisticamente, ma configurino altresì un' indebita presenza della religione nello spazio pubblico. La distinzione si sta appunto spostando su questo piano: non più tra «laici» e «cattolici» ma tra chi è favorevole e chi è contrario al riconoscimento del carattere istituzionale della Chiesa e di un suo spazio sociale. Il che comporta una completa dislocazione dei vecchi schieramenti: sicché così come credenti e non credenti possono tranquillamente trovarsi da una medesima parte contro la Chiesa ufficiale considerata «autoritario-temporalistica», egualmente sul versante opposto può avvenire lo stesso, considerando comunque la religione, anche i non credenti, un contributo prezioso all' identità collettiva e alla definizione dei valori di fondo della società.
Sono passati vari giorni dalla vicenda Boffo, ma la rabbia non riesce a diminuire. Soprattutto quando si leggono continuamente sull’Ansa e sui giornali le dichiarazioni del presidente del Consiglio, che afferma che i rapporti con il Vaticano sono ottimi !
Da un lato non sono sorpresa per quello che è successo. Berlusconi, infatti, si è formato in un ambiente che possiamo definire “malavitoso”, non ha alcun senso dello Stato, non ha una profonda cultura, non ha alcun valore se non quello dei soldi, ha, infatti, molti soldi e per questo è potente e di conseguenza molto pericoloso.
D’altra parte però la sua “sfrontatezza” recano sgomento e disperazione. Fino a questo punto è arrivato ?
Tutta la vicenda Boffo mi fa venire in mente la “risoluzione delle conflitti” in ambienti mafiosi oppure mi fa pensare a quanto accade in una famiglia dove regna incontrastato un padre violento e dittatore, che picchia la moglie e i figli, anzi questi ultimi vengono pure violentati.
La violenza purtroppo come l’amore crea legami forti che difficilmente si sciolgono.
A volte mi sembra che il popolo italiano siano come i figli e la moglie maltrattati dal padre e dal marito violento da tanto tempo e che non riescono a ribellarsi. Anche perché il padre violento spesso fa dei regali costosi alla moglie ed ai figli (compra giocatori fuori classe per la loro squadra del cuore, il Milan, regala gioielli costosi alla moglie oppure soldi e posti pubblici per le figlie-veline).
In tali condizioni è difficile ribellarsi, perché la presa di coscienza della propria dignità è più difficile. Inoltre, c’è un rapporto affettivo (nel caso della comunità politica c’è un rapporto di identificazione tra governante e governati, che nel caso nostro è amplificato e rafforzato da un sistema di monopolio della TV) il che rende ancora più ardua la visione obiettiva delle cose.
Mi chiedo perché in Italia non sia scattato “l’allarme rosso” quando all’inizio è comparso un personaggio del genere che ha fondato un partito con l’aiuto di un uomo, Dell’Utri, condannato per associazione mafiosa a 9 anni !
Mi chiedo perché la democrazia italiana non abbia reagito in modo fermo e perché siamo arrivati al punto che la Costituzione italiana, capolavoro di sintesi della cultura sociale cattolica e del pensiero operaio-socialista, sia stata attaccata in modo violento da un ometto ridicolo e molto pericoloso !
L’attacco a Boffo l’ho vissuto, mutatis mutandis, con lo stesso raccapriccio di quando 30 anni fa fu ucciso Aldo Moro. Allora fu ucciso un progetto, un modo di far politica, la libertà di un paese di scegliere la propria strada politica.
Oggi accade lo stesso: viene eliminata una persona perché osa criticare il governo, governo che attraverso il suo massimo rappresentante, il Presidente del Consiglio, veicola ogni sorta di disvalori: doppia morale, leggi ad personam, frequentazioni con uomini condannati per mafia, frequentazioni di minorenni, vendita di cariche istituzionali, ecc.
In una cornice siffatta come cattolico credo che l’emergenza non sia tanto l’uso più restrittivo della pillola RU486 o il finanziamento della scuola cattolica.
Io credo che l’emergenza sia l’eliminazione di questo enorme conflitto d’interessi che pesa come un macigno sulla politica e sulla vita pubblica italiana. L’urgenza è rappresentata dall’emanazione di una legge rigorosa che regoli il conflitto d’interessi: chi possiede mezzi d’informazione non può candidarsi per nessuna carica pubblica a nessun livello istituzionale. A questo riguardo ritengo meritevole di considerazione la proposta di legge fatta in tal senso dal senatore Furio Colombo.
Io non so se si ricostituirà un partito di Centro, però io credo che invece l’emergenza per tutti sia quella di ristabilire le regole democratiche. E’ impensabile andare al governo in una situazione in cui l’opposizione ha tre reti televisive di sua proprietà ed il controllo, attraverso le nomine dei direttori, di altre due reti TV.
Nei 20 mesi del governo Prodi - dopo aver assistito nei due mesi successivi alle elezioni ad insulti e menzogne inaudite da parte di coloro che avevano perso i quali dicevano che vi erano stati brogli elettorali – tutte le misure che faticosamente andava prendendo il governo rimanevano sconosciute per la maggior parte della gente, mentre sulle Tv venivano date sempre notizie negative sugli sbarchi, sulla criminalità, ma mai veniva spiegato cosa fosse il cuneo fiscale e tutte le misure prese a favore della famiglia nella finanziaria votata dal governo Prodi a dicembre !
Se continua lo strapotere mediatico di un uomo e di un partito (parola molto impegnativa quest’ultima se riferita ad un’accozzaglia di gaglioffi a libro paga del capo) la cui “filosofia politica” è basata unicamente sul denaro e su come attraverso di esso possono comprarsi uomini ed istituzioni, anche avere una legge sull’uso più restrittivo della RU486 non sposterà di molto le cose.
Se continua a dilagare la mercificazione della persona umana - ed il corpo della donna ed il sesso sono merci per eccellenza, che non conoscono mai crisi di produzione (!) , se l’uomo viene visto unicamente come consumatore, difficilmente si potrà ottenere sul piano comportamentale profondo una riconversione verso valori più spirituali.
E’ questa in un certo senso una emergenza educativa !
Quando leggo le analisi di alcuni commentatori politici secondo i quali i rapporti tra Stato e Chiesa si normalizzeranno o che in fondo non si sono mai incrinati, perché in realtà ci sarebbe uno scambio tra il governo impegnato a far passare una certa legge sul testamento biologico ed il finanziamento delle scuole cattoliche in cambio del silenzio da parte di un giornale moderato e della Chiesa sulle “contraddizioni” del governo, allora il mio scoramento si fa ancora più profondo.
Maria
di Massimo Franco, dal Corriere della Sera di oggi
Non capita spesso che il direttore del giornale dei vescovi italiani si dimetta per un attacco del quotidiano di proprietà del fratello del premier. Eppure è quanto è avvenuto ieri, al termine di una settimana che si può definire eufemisticamente concitata e torbida. E sarà difficile, nonostante gli sforzi imbarazzati e francamente un po’ penosi di alcuni esponenti del centrodestra, cancellare l’impressione di un’intimidazione contro i vertici di Avvenire per le critiche alla vita privata di Silvio Berlusconi. Il tentativo di dirottare la responsabilità sull’offensiva martellante degli avversari contro le vicende personali del presidente del Consiglio è comprensibile.
Ma finisce per rendere ancora più evidente la gravità e la miopìa dell’aggressione a Dino Boffo e al suo giornale, di certo non catalogabili come esponenti di una stampa militarizzata; né tanto meno prevenuti verso Berlusconi e il suo governo. Al di là dei rilievi che si possono muovere al modo in cui il direttore di Avvenire si è difeso da accuse mescolate al fango delle lettere anonime, prevale la sensazione di un’operazione politicamente poco lucida, oltre che inquietante.
Fra le righe amare della lettera di dimissioni si intravede un filo di sarcasmo verso un’aggressione «vittoriosa» che potrebbe rivelarsi un boomerang per palazzo Chigi. Certo non oggi, né domani, perché ha ragione Berlusconi a dire che i rapporti con la Santa Sede rimangono eccellenti; e quelli con la Cei non potranno non rimanere di collaborazione. Ma una ferita si è prodotta. E per una parte di quel mondo, a torto o a ragione, si tratta di uno strappo violento e inaspettato. Fermarsi a questo significherebbe tuttavia offrire una fotografia incompleta di un brutto capitolo: per la politica, per il giornalismo. E per la Chiesa cattolica.
Non si può trascurare l’immagine di confusione e di ambiguità offerta, soprattutto nella fase iniziale, dalle gerarchie ecclesiastiche. I distinguo, le ipocrisie, il senso di sbandamento e il cinismo, trasmessi da chi oltre Tevere ha dato l’impressione di utilizzare la vicenda per regolare vecchi e nuovi conti, sono apparsi a dir poco sconcertanti.
Lo scontro sembra aver svelato, più che provocato, lo sgretolamento di una sorta di Prima Repubblica cattolica. Solo nelle ultime ore si è ricomposta un’unità che ha attenuato il sospetto di una lotta di potere fra Segreteria di Stato e Cei, e non solo.
Anche lì, dunque, la vicenda lascia indovinare una ferita aperta. D’altronde, al ringraziamento ai vescovi ed alla Santa Sede, Boffo affianca una bordata a «qualche vanesio irresponsabile che ha parlato a vanvera»: un atto d’accusa a chi, in Vaticano, ha attaccato Avvenire e difeso il governo nei momenti più drammatici dello scontro.
Boffo esce di scena pagando un prezzo ben superiore a qualunque responsabilità; e con la consapevolezza di un giornalista più che corretto ma convinto di non potere restare al timone come un’«anatra zoppa». In realtà, a uscire lesionati sono in molti, anche se forse non se ne rendono conto.
© Copyright Corriere della sera, 4 settembre 2009
LUIGI LA SPINA da LA STAMPA di oggi
Le dimissioni del direttore di Avvenire, Dino Boffo, segnano, almeno in apparenza, una grande vittoria per il presidente del Consiglio e una dura sconfitta per la Chiesa italiana. Berlusconi, indignato per non essere stato difeso da una gerarchia cattolica alla quale, in questi anni, è convinto di aver concesso molto, ha voluto dare un avvertimento. Ha voluto dimostrare all`opinione pubblica e, in particolare, alla stampa non amica che neanche la potenza di uno Stato come il Vaticano e l`autorità morale e spirituale del cattolicesimo nel nostro Paese riescono a resistere a un attacco contro un diret tore di un giornale che si era permesso qualche, peraltro prudente, critica su certi suoi comportamenti privati.
Se il messaggio fondamentale che arriva agli italiani, in queste ore, è sintetizzabile così, la realtà di questo scontro tra il presidente del Consiglio e la Chiesa è certamente più complessa e gli effetti di questa vicenda meno prevedibili.
Boffo ha deciso di presentare irrevocabilmente le sue dimissioni quando è stato fin troppo chiaro che la difesa d`ufficio della Segreteria di Stato lo lasciava, di fatto, in un sostanziale isolamento. Al di là del merito nella questione giudiziaria che lo riguardava, la sua debolezza era determinata dall`essere l`ultimo fedelissimo di Ruini ancora in una posizione di spicco nel potere della Chiesa italiana.
Il paradosso della sorte di Boffo è determinato dal fatto che la linea editoriale dell`Avvenire, dettata in questi anni dall`ex presidente della Conferenza episcopale italiana e attuata da lui con una fedeltà assoluta, è stata di sostanziale appoggio al centro-destra. Né si può dire che la Segreteria di Stato abbia una posizione diversa da quella che Ruini aveva impostato e qualche volta imposto ai vescovi del nostro Paese. Anche il cardinal Bertone, sia pure in modi caratterialmente diversi, ritiene, in effetti, Berlusconi l`interlocutore più utile per ottenere dal Parlamento leggi che tengano conto il più possibile delle richieste del mondo cattolico. In una concezione contrattualistica, di Realpolitik se vogliamo chiamarla così, che rischia una difficile coesistenza con l`irrinunciabile dovere ecclesiale di predicare la difesa della morale pubblica e privata.
Il caso Boffo, quindi, per il Vaticano, rappresenta non solo una sconfitta d`immagine, tra l`impossibilità e la non volontà di difendere il direttore del quotidiano dei vescovi italiani, sia pure non da tutti amato.
Ma costringe a prendere atto di come sia sempre più difficile gestire quel compromesso tra negoziazione politica con Berlusconi e autorevolezza, credibilità ed efficacia nella guida spirituale degli italiani.
Lo sconcerto tra i fedeli cattolici per quest`ultima vicenda, infatti, determinerà una difficilissima prova per il nuovo direttore di Avvenire. Chi prenderà il posto di Boffo potrà dimostrarsi ancor meno critico di lui nei confronti dei discutibili comportamenti privati del presidente del Consiglio? Dimostrerebbe troppo platealmente la soggezione che il Vaticano e tutta la gerarchia italiana sono costretti a subire, pur di ottenere provvedimenti parlamentari graditi.
Anche se è largamente prevedibile, ora, una tregua tra Chiesa e presidenza del Consiglio, è indubbio che quanto avvenuto lascerà un`impronta forte e duratura nel mondo del cattolicesimo italiano, già scosso da molti dubbi sulla praticabilità di quella che si potrebbe definire «la linea Ruini senza Ruini». Ma anche per Berlusconi la vittoria di oggi potrebbe complicare e non semplificare la sua azione governativa.
Troppo sproporzionato appare l`attacco di un presidente del Consiglio, dotato peraltro di una straordinaria forza mediatica attraverso il suo potere nelle tv e nei giornali, contro un direttore di un quotidiano cattolico non pregiudizialmente ostile, per non suscitare allarme nell`opinione pubblica e nella classe politica.
L`impressione è quella di un Berlusconi così esasperato per le accuse ricevute a proposito della sua vita privata, da dare ascolto più alle sue reazioni emozionali e agli incitamenti vendicativi dei suoi consiglieri ultrà che a una ragionevole linea di controllata difesa. Le dimostrazioni di forza, quando si abbattono su vittime che al confronto appaiono troppo deboli, non sono sintomi di sicurezza, ma tradiscono, al contrario, un segno di difficoltà.
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