Il diario non detto di Devil Master Mind, dei suoi presunti amici e naturalmente del grande Moci. Perché il dubbio... è necessario!
(Estratto dall'intervista di Elena Molinari al presidente statunitense Barack Obama apparsa ieri su AVVENIRE alla vigilia del G8 e della sua visita a Papa Benedetto XVI fissata per venerdì prossimo)
(..) Ho avuto una meravigliosa conversazione telefonica con il Papa subito dopo le elezioni. E sebbene politicamente veda l’incontro come un colloquio con un capo di governo straniero, mi rendo conto che, naturalmente, è molto di più. Capisco bene quale influenza il Papa abbia, ben oltre i confini della Chiesa cattolica. Il Pontefice gode del mio massimo rispetto personale, come figura che unisce una grande cultura a una grande sensibilità. L’opera che ha svolto per il dialogo fra le fedi è notevole. E immagino abbia già sperimentato il rischio che deriva dal mettere insieme, a confronto, gruppi di posizioni opposte, come si è visto in Israele. Ma bisogna essere convinti del fatto che avviare il processo, far partire il dialogo, può portare a maggiore comprensione fra chi è stato su fronti diversi. Spero che con il Santo Padre saremo in grado di trovare temi sui quali avere una duratura collaborazione: dalla pace in Medio Oriente alla lotta alla povertà, dai cambiamenti climatici all’immigrazione. Tutti ambiti nei quali il Papa ha assunto una leadership straordinaria.
In molti altri ambiti, in particolare sul rispetto della vita e del matrimonio, la Chiesa cattolica, e i vescovi cattolici americani, hanno però espresso critiche e preoccupazioni nei confronti delle sue posizioni. Come pensa di affrontare tali critiche? O ritiene che finirà con l’ignorarle?
Non ci sarà mai un momento in cui deciderò di ignorare le critiche dei vescovi cattolici, perché sono il presidente di tutti gli americani e non solo di quelli che, per caso, sono d’accordo con me. Prendo molto seriamente le opinioni delle altre persone e i vescovi americani hanno una profonda influenza sulla Chiesa e anche sulla comunità nazionale. Vari vescovi sono stati generosi nelle loro opinioni e incoraggianti nei miei confronti, benché rimangano differenze su alcune questioni. Difenderò sempre con forza il diritto dei vescovi di criticarmi, anche con toni appassionati. E sarei felice di ospitarli qui alla Casa Bianca a parlare dei temi che ci uniscono e di quelli che ci dividono, in una serie di tavole rotonde. Ci saranno tuttavia sempre ambiti nei quali non sarà possibile trovare pieno accordo.
Lei ha nominato un gruppo di lavoro, composto da rappresentanti dei movimenti che difendono la vita e di associazioni che sostengono il diritto all’aborto, con lo scopo di trovare posizioni comuni. Quali sono le sue attese realistiche sul risultato dei lavori?
Quel gruppo dovrà fornirmi un rapporto finale entro l’estate e non ho l’illusione che sia in grado, con il solo dibattito, di fare scomparire le differenze. So che ci sono punti in cui il conflitto non è conciliabile. La cosa migliore che possiamo fare è ribadire che esistono persone di buona volontà su entrambe i fronti e che si possono trovare elementi sui quali lavorare insieme. Fra questi, la necessità di aiutare i giovani a prendere decisioni intelligenti in modo che evitino gravidanze non desiderate, l’importanza di rafforzare l’accesso all’adozione come alternativa all’aborto e il dovere di prendersi cura delle donne incinte e di aiutarle a crescere i loro bambini. Ci sono elementi, come la contraccezione, sui quali le differenze sono profonde. La mia posizione personalmente è che si debba coniugare una solida educazione morale e sessuale alla disponibilità di contraccettivi. Riconosco che ciò va in conflitto con la dottrina della Chiesa cattolica. Ma sarei sorpreso se i sostenitori del diritto all’aborto non fossero d’accordo che bisogna ridurre le circostanze in cui una donna decide di interrompere la gravidanza.
Alcuni cattolici lodano il suo contributo alla promozione di temi di giustizia sociale, altri la criticano per la sua posizione sui temi della vita, dall’aborto alla ricerca sulle cellule staminali. La vede come una contraddizione?
Questa tensione del mondo cattolico esisteva ben prima del mio arrivo alla Casa Bianca. Quando ho cominciato a interessarmi di giustizia sociale, a Chicago, i vescovi cattolici parlavano di immigrazione, nucleare, poveri, politica estera. Poi, a un certo punto, l’attenzione della Chiesa cattolica si è spostata verso l’aborto e ciò ha avuto il potere di spostare l’opinione del Congresso e del Paese nella stessa direzione. Sono temi cui penso molto, ma non sta a me risolvere queste tensioni. Ho visto tuttavia come si possa tentare una conciliazione. Il cardinal Joseph Bernardine, che ho conosciuto a Chicago, parlava chiaramente ed esplicitamente della difesa della vita. E vi includeva anche la lotta alla povertà, il benessere dell’infanzia, la pena di morte. Questa parte della tradizione cattolica mi ispira continuamente e ha avuto un forte impatto su mia moglie. A volte penso che sia stata seppellita sotto il dibattito sull’aborto. Desidero invece che resti in primo piano nel dibattito nazionale. (...)
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Benedetto XVI con la sua prossima enciclica sociale «mostrerà di essere a sinistra della maggior parte degli americani, incluso il Presidente Obama».
Parola di padre Thomas J. Reese, il noto gesuita statunitense, già direttore della prestigiosa rivista della Compagnia di Gesù, «America» fino al 2005. Per le sue posizioni troppo liberal in passato è stato spesso richiamato da quella Congregazione per la dottrina della fede guidata dallo stesso Ratzinger. Reese è tuttavia uno degli osservatori più attenti e informati sulla Chiesa cattolica. In un articolo pubblicato sul «Washington Post» il religioso ha spiegato quali saranno alcuni dei punti forti della prossima enciclica del Papa, «Caritas in veritate», Amore nella verità. «I conservatori rimarranno scioccati e contrariato dal testo che rifletterà lo scetticismo di Benedetto XVI verso un capitalismo selvaggio basato sull'avidità» ha annunciato il gesuita che poi ha spiegato perché. Secondo Reese, infatti, Benedetto XVI «non rigetterà affatto l'insegnamento sociale progressivo dei suoi predecessori più vicini» (Giovanni Paolo II e Paolo VI in particolare, ndr) ma «piuttosto mostrerà di essere a sinistra della maggior parte degli americani, incluso il Presidente Obama». Non solo: «Lo scetticismo verso il capitalismo e il mercato permea tutta l'enciclica. La fede assoluta nel mercato è vista da Benedetto XVI come una forma di idolatria». Quindi verrà affermata la necessità di un governo e di regole per l'economia.
"(...) La parola “fede adulta” negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede “fai da te”, quindi. E lo si presenta come “coraggio” di esprimersi contro il Magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo “schema” del mondo contemporaneo. È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una “fede adulta”.(...)".
Benedetto XVI - 28 giugno 2009
Qualcuno dirà che musicalmente era già morto da tempo. Le difficoltà e le traversie personali, economiche e giudiziarie, oltre che una progressiva inquietante trasformazione fisionomica, avevano praticamente cancellato l’immagine di Michael Jackson irresistibile performer della black-music. Restava un mito globalizzato, un personaggio ormai buono per le barzellette, dove si ironizzava sulla sua presunta pedofilia.
Eppure, questa sua ultima e definitiva mutazione, provoca lo stesso uno scossone, perché chiude simbolicamente il percorso del Pop del Novecento e rivaluta, speriamo definitivamente, quegli anni Ottanta che qualcuno, frettolosamente, aveva etichettato come il decennio della decadenza commerciale della musica popolare. Anni che, per restare alla musica anglofona, hanno invece visto la definitiva affermazione di fenomeni come I Police, Prince, Bruce Springsteen e Madonna. Ma se Louise Veronica Ciccone puntava sulla trasgressione e un uso sapiente dell’immagine, se in quegli anni il Boss riportava in auge la canzone popolare a stelle e strisce, a Michael toccò il compito di fondere il meglio della musica afro-americana, il Rhythm and Blues, il Soul, il Funk, di un maestro come James Brown, con la Disco Music dei Bee Gees, che in quegli anni muoveva i primi passi. Grazie alla collaborazione con un musicista geniale come Quincy Jones, profondamente intriso di cultura Jazz, Michael elabora tra il ’79 e l’87 uno stile musicale nuovo, raffinato e semplice allo stesso tempo, costruito sul perfezionismo strumentale ma anche sull’immediatezza melodica.
Il tutto veicolato da straordinarie capacità interpretative, sia dal punto di vista vocale che fisico, che lo trasformano da subito in una leggenda e non a caso, negli anni dell’esplosione del canale Mtv, lo conducono a un record discografico che, dopo il tramonto del vinile, resta inciso per sempre nella storia della musica. Ora che Michael non c’è più i brani di Off The Wall e di Thriller che risuonano in tutto il globo, con il loro fascino e la loro modernità, sottolineano impietosamente la pochezza della Pop-Music contemporanea. Con Michael Jackson si chiude la storia del Pop del secolo scorso, la musica del Duemila la stiamo ancora aspettando.

Un tizio si presenta allo sportello di una banca e mettendo sotto gli occhi del cassiere una piccola rapa che tiene nella mano dice: "Questa e' una rapina!". Poi apre l'altra mano e, mostrando un piccolo grillo esclama: "E se qualcuno si muove premo il grilletto!".

Roma, 17 giu. (Adnkronos) - Presto il mondo potrà ammirare l'Arca dell'Alleanza descritta nella Bibbia come il contenitore delle Tavole della Legge che Dio consegnò a Mosè e al centro, nei secoli, di ricerche e studi.
Lo ha detto in un'intervista video esclusiva all'ADNKRONOS, visibile sul sito Ign, testata on line del sito Adnkronos (www.adnkronos.com), il Patriarca della Chiesa ortodossa d'Etiopia Abuna Pauolos, in questi giorni in Italia per il 'G8 delle Religioni', e che domani incontrerà il Papa Benedetto XVI per la prima volta e al quale, "se lo chiederà - ha proseguito il Patriarca - racconterò tutta la situazione attuale dell'Arca dell'Alleanza".
"L'Arca dell'Alleanza - ribadisce Pauolos - si trova in Etiopia da molti secoli. Come patriarca l'ho vista con i miei occhi e soltanto poche persone molto qualificate hanno potuto fare altrettanto, finora". Secondo il patriarca è custodita in una chiesa, ma per difendere quella autentica, una copia del simbolo religioso e' stata collocata in ogni chiesa del Paese.
L'annuncio ufficiale che l'Etopia consegnerà al mondo le chiavi del segreto millenario dell'Arca, verrà dato venerdì prossimo nel corso di una conferenza stampa alle 14 all'Hotel Aldrovandi a Roma dallo stesso Patriarca ortodosso d'Etiopia, insieme al principe Aklile Berhan Makonnen Haile Selassie, e al duca Amedeo D'Aosta, che sarà a Roma già domani mattina.
Secondo alcuni studi l'Arca venne trafugata da Gerusalemme dal figlio di re Salomone e portata ad Axum, considerata la Gerusalemme d'Etiopia. E proprio ad Axum sorgerà il Museo chiamato a ospitare l'Arca, il cui progetto è stato finanziato dalla Fondazione del principe, erede designato al trono da Haile Selassie poco prima di morire, Crhijecllu, acronimo delle iniziali dei nomi dei figli del principe: Christian, Jessica, Clarissa, Lucrezia.
Qualche settimana fa aveva fatto il giro del mondo la notizia secondo la quale sarebbe stata vista da un giornalista l'Arca autentica in una chiesa etiope. E' stato allora che il Patriarca Pauolos ha maturato la decisione di "dire una volta per tutte al mondo la verita'" sulla cassa di legno e oro con le Tavole della Legge di Dio. Il Patriarca ha giudicato maturi i tempi per chiudere definitivamente il capitolo sul quale fino ad ora nessuno storico, nessun ricercatore, nessun 'Indiana Jones', era riuscito a scrivere la parola fine.
Il Patriarca dell'antichissima Chiesa ortodossa d'Etiopia ha voluto accanto a sé in questa avventura il nipote dell'ultimo Negus, capo di una famiglia importane, il cui ruolo è riconosciuto sia in Etiopia che all'estero. Il principe erede che due anni fa riuscì a rappacificare le fazioni musulmana e cristiana al centro in Etiopia di un duro contrasto.
E' iniziato così il conto alla rovescia per svelare finalmente il mistero della sacra Arca dell'Alleanza, capace, secondo la leggenda, di sprigionare lampi di luce divini e folgori in grado di incenerire chiunque ne fosse colpito, come del resto efficacemente descritto nel cult movie 'I predatori dell'Arca perduta'. Dalla finzione cinematografica si passerà ora alla realtà.
Venerdì prossimo la conferenza stampa con l'annuncio ufficiale, un evento che è stato possibile anche grazie alla collaborazione di Paolo Salerno, collaboratore del principe e del giornalista Antonio Parisi, che da qualche anno segue le vicende storiche delle famiglie reali e di quella Etiope in particolare, e naturalmente dell'Arca dell'Alleanza.
Ma cos'è l'Arca dell'Alleanza , uno dei più grandi misteri dell'antichità sul quale fantasia, leggenda e storia hanno continuato a intrecciarsi per secoli? L'Arca, nella tradizione ebraica, contiene le Tavole della legge, cioè i Dieci comandamenti; il manufatto, in legno d'acacia, fu costruita da Mosè. All'esterno aveva decorazioni in oro ed è stata a lungo conservata dal popolo ebraico: ha accompagnato le sue vicissitudini, le battaglie e le sconfitte, le peregrinazioni e le lotte contro i filistei ed è stata conservata in diversi luoghi finché il Re Davide non l'ha collocata nella Rocca di Gerusalemme.
Ma è Salomone, figlio e successore di Davide, a far sistemare l'Arca nel Tempio di Gerusalemme da lui stesso fatto costruire. Questa narrazione s'intreccia poi con eventi storici e altre tradizioni religiose e nazionali. Di fatto l'Arca dell'Alleanza scompare nel 586 a.C. con la conquista di Gerusalemme da parte dei Babilonesi e la conseguente distruzione del tempio di Gerusalemme.
Tuttavia della sua effettiva rovina non c'è testimonianza scritta; da allora l'Arca diventa simbolo eternamente cercato dagli uomini e rintracciato in varie parti del mondo, dall'Africa al Medio Oriente. La tradizione etiope colloca l'Arca nel regno di Axum, dopo che Salomone l'aveva donata al figlio della Regina di Saba, Menelik I. Qui, sarebbe rimasta nel corso dei secoli protetta dai monaci ortodossi nella citta' santa di Lalibela nei pressi di Axum, dove si troverebbe tuttora.
L'Arca, che non è visibile a nessuno tranne un monaco che la custodisce, viene preservata nel complesso della cattedrale di Santa Maria di Sion, e' dunque nascosta a tutti e viene portata in processione una volta all'anno ma avvolta in un panno.
L'Arca ha accesso la fantasia di archeologi, scrittori, gruppi religiosi, sette di ogni tipo. Nella tradizione infatti si afferma che emana un potere particolare ma anche che chi la tocca veniva fulminato. Un oggetto che data anche la sua collocazione - Il Tempio di Gerusalemme - è stato di volta in volta al centro di storie legate alla Massoneria o ai Templari. Tuttavia va ricordato che sono molte in Etiopia le chiese nelle quali e' conservata un'''arca'', così come diversi studiosi - muovendosi spesso al limite del mistero e della leggenda - la collocano in varie parti del mondo.
Il Blog di un'amica. Brava vaticanista.
Vizi e virtù della banca del Vaticano
Duecento milioni di dollari per la "carità del papa". Da dove arrivano? A chi vanno? Nuove rivelazioni sulle malefatte dell'Istituto per le Opere di Religione. E sugli ostacoli opposti al suo risanamento
di Sandro Magister
http://chiesa.espresso.repubblica.it
ROMA, 15 giugno 2009 – Ai primi di luglio il Vaticano renderà pubblici i propri bilanci del 2008, come fa ogni anno, in due capitoli più un'appendice.
Il primo capitolo elencherà le entrate e le uscite dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, APSA, che si occupa dei beni mobili e immobili di sua proprietà, della curia, dell'apparato diplomatico, dell'editoria, della radio, della tv.
Il secondo capitolo elencherà le entrate e le uscite del governatorato dello Stato della Città del Vaticano: territorio, servizi, musei, francobolli, monete.
L'appendice darà l'ammontare dell'Obolo di San Pietro, cioè della colletta che si fa ogni anno in tutto il mondo per il papa il 29 giugno, festa dei Santi Pietro e Paolo, più le offerte direttamente fatte al papa nel corso dell'anno.
Nel 2007, ad esempio, la colletta e le offerte sono ammontate a 94,1 milioni di dollari, di cui 14,3 sono arrivati da un solo donatore che ha voluto restare anonimo.
Fin qui ciò che viene reso noto ogni anno.
Nient'altro. Non una riga sulle altre entrate, oltre all'Obolo, che alimentano la "carità del papa". E non una riga su come questa somma viene impiegata.
In segreteria di Stato c'è un ufficio che si occupa precisamente di questo. L'ha diretto per molti anni monsignor Gianfranco Piovano e da pochi mesi ha preso il suo posto monsignor Alberto Perlasca, l'uno e l'altro diplomatici di carriera. Affluiscono in questa cassa, oltre all'Obolo, i contributi che le diocesi di tutto il mondo sono tenute a versare al successore di Pietro, a norma del canone 1271 del codice di diritto canonico. Inviano somme anche le congregazioni religiose e le fondazioni. Nel 2007, stando a un rapporto riservato trasmesso dal Vaticano alle diocesi, questi contributi sono ammontati a 29,5 milioni di dollari, che sommati all'Obolo fanno 123,6 milioni di dollari.
Questi denari hanno come finalità, appunto, la "carità del papa". In una lezione a diplomatici di vari paesi del Medio Oriente e del Nordafrica, tenuta a Roma alla Pontificia Università Gregoriana nel maggio del 2007, il banchiere Angelo Caloia, presidente dell'Istituto per le Opere di Religione, IOR, la "banca del Vaticano", descrisse così l'utilizzo di tali denari:
"Sono diretti soprattutto ai bisogni materiali di diocesi povere, a istituti religiosi e comunità di fedeli in gravi difficoltà: poveri, bambini, vecchi, emarginati, vittime di guerre e disastri naturali, rifugiati, eccetera".
In quella stessa lezione, inoltre, Caloia fece cenno a un ulteriore cespite della "carità del papa": i profitti dello IOR. Nel marzo di ogni anno, infatti, lo IOR mette a completa disposizione del papa la differenza fra le proprie entrate ed uscite dell'anno precedente. L'ammontare di questa somma è segreto. Si ritiene però che sia vicino a quello dell'Obolo di San Pietro. Così almeno avvenne nei quattro anni di cui sono trapelate le cifre: il 1992 con 60,7 miliardi di lire italiane dell'epoca, il 1993 con 72,5 miliardi, il 1994 con 75 miliardi e il 1995 con 78,3 miliardi. In quegli stessi anni, l'Obolo di San Pietro era di poco superiore a queste somme.
Stando così le cose, il 2007 avrebbe fruttato a Benedetto XVI, per la sua "carità", una somma complessiva vicina ai duecento milioni di dollari.
Mentre nello stesso anno i bilanci registravano per l'APSA un passivo di 9,1 milioni di euro e per il governatorato un attivo di 6,7 milioni di euro. Briciole, al confronto.
***
Sullo IOR, nella sua lezione ai diplomatici Caloia disse poche cose. Sottolineò che esso "non ha una relazione funzionale" con la Santa Sede. E affermò che sono autorizzati a depositarvi delle somme esclusivamente "individui o persone giuridiche dotate di legittimità canonica: cardinali, vescovi, sacerdoti, suore, frati, congregazioni religiose, diocesi, capitoli, parrocchie, fondazioni, eccetera".
Non sempre, però, la realtà corrisponde a questo profilo. Quando nel 1990 Caloia assunse la presidenza della banca vaticana, questa era da poco uscita da un terribile dissesto, legato al nome del suo predecessore, l'arcivescovo Paul Marcinkus, e alle spericolate operazioni da lui compiute con i finanzieri Michele Sindona e Roberto Calvi, entrambi poi periti di morte violenta, in circostanze misteriose.
Il cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato dell'epoca, aveva sanato il contenzioso ordinando di versare ai creditori 242 milioni di dollari a titolo di "contributo volontario". A investigare sull'operato della banca vaticana, d'intesa col governo italiano, Casaroli aveva delegato due specialisti in finanza e diritto amministrativo, Pellegrino Capaldo e Agostino Gambino, e un prelato curiale di sua assoluta fiducia, monsignor Renato Dardozzi, nato nel 1922, divenuto sacerdote a 51 anni, laureato in ingegneria, matematica, filosofia e teologia, una carriera di manager in telecomunicazioni, infine direttore e cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze.
Da allora e fino a pochi anni prima della morte, nel 2003, Dardozzi ha continuato a svolgere un ruolo di vigilanza sull'operato dello IOR, per conto della segreteria di Stato vaticana, con Casaroli e con il successore, il cardinale Angelo Sodano.
Del suo lavoro di vigilanza, Dardozzi ha tenuto documentazione. E questa documentazione è ora divenuta pubblica in un libro uscito da poco in Italia, scritto da Gianluigi Nuzzi ed edito da Chiarelettere.
I documenti citati e riprodotti nel libro sono assolutamente attendibili. Essi mostrano che l'allontanamento di Marcinkus e la sua sostituzione con Caloia nel 1990 non fu sufficiente per ripulire subito lo IOR dal malaffare.
Nel ruolo chiave di "prelato" della banca vaticana restò infatti al suo posto fino al 1993 monsignor Donato De Bonis. E questi continuò a mantenere in opera, in quegli anni, una specie di banca occulta parallela, sotto il suo esclusivo comando, che di nuovo rischiò di travolgere lo IOR nel dissesto.
A Caloia, il sospetto che vi fossero delle irregolarità sorse nella primavera del 1992. Ordinò un'indagine interna e appurò che in effetti facevano capo a De Bonis dei conti intestati a fondazioni fittizie, che mascheravano operazioni finanziarie illegali, per decine di miliardi di lire dell'epoca.
In agosto, un dettagliato rapporto su questi conti fittizi arrivò sul tavolo del segretario di Giovanni Paolo II, monsignor Stanislaw Dziwisz.
Nel marzo del 1993, De Bonis fu estromesso dallo IOR. Nessuno prese il suo posto nella carica di "prelato" della banca, che rimase vacante. E lui, consacrato vescovo, fu nominato cappellano del Sovrano Militare Ordine di Malta, ruolo che gode delle protezioni diplomatiche.
Ma ancora dopo la sua uscita dallo IOR De Bonis continuò ad operare, grazie a funzionari a lui legati. Allarmato, a fine luglio Caloia scrisse al segretario di Stato cardinale Sodano:
"... Appaiono sempre più chiari i contorni di netta e criminosa attività consapevolmente condotta da chi per scelta di vita e ruolo ricoperto doveva al contrario costituire severa coscienza critica. Risulta sempre più incomprensibile il permanere di una situazione tale per cui il nominato [De Bonis] continua, da ubicazione non meno privilegiata, a gestire indirettamente l'attività dello IOR...".
Il rischio era tanto più grave in quanto, proprio in quei mesi, la magistratura italiana stava indagando su una colossale "tangente" illegalmente pagata dalla società Enimont ai politici che l'avevano favorita. E le indagini portavano anche allo IOR, come tramite occulto di questi pagamenti, attraverso i conti fittizi manovrati da De Bonis.
Nell'autunno del 1993 i magistrati di Milano chiesero al Vaticano, per rogatoria, di fornire i dati delle operazioni contestate. Il Vaticano se la cavò fornendo il minimo indispensabile, meno di quanto avesse accertato con indagini proprie. Alcuni funzionari furono sostituiti, i conti fittizi furono bloccati e De Bonis non ricuperò neppure una lira delle somme ivi depositate.
Con De Bonis uscì di scena anche il cardinale che in Vaticano più l'aveva appoggiato, José Rosalio Castillo Lara, presidente sia dell'APSA che del governatorato.
Caloia fu riconfermato nel 1995 presidente dello IOR per un altro quinquennio. E così nel 2000. E così ancora nel 2006, dopo un anno di proroga "ad interim" con voci insistenti di una sua imminente sostituzione. Nell'estate del 2006, prima di lasciare la segreteria di Stato al suo successore Tarcisio Bertone, il cardinale Sodano ripristinò tuttavia la carica di "prelato" dello IOR, assegnandovi un proprio segretario, monsignor Piero Pioppo.
Anche oggi di tanto in tanto ritornano le voci di un cambio, alla presidenza dello IOR. Ma Caloia, 69 anni, moglie inglese e quattro figli, ha in mano una nomina che vale fino al 14 marzo del 2011.
Di certo, grazie a lui lo IOR oggi si avvicina di più – come mai era accaduto in passato – all'immagine di banca virtuosa descritta in quella lezione di due anni fa ai diplomatici del Medio Oriente e del Nordafrica.
di Gian Enrico Rusconi
Sui giornali europei si è assistito nelle settimane scorse a una campagna accusatoria senza precedenti sui comportamenti privati (e non solo) di Silvio Berlusconi. Ma il Cavaliere è uscito indenne dalle elezioni. Gli osservatori europei sono sconcertati. Ai loro occhi l’anomalia italiana prosegue. Incomprensibile.
Perché un numero così alto di italiani - si chiedono - accetta con indifferenza il conflitto di interesse di Berlusconi, i suoi scontri continui con la giustizia che finiscono in contumelie, i discutibili comportamenti privati, le intemperanze verbali contro gli avversari e le istituzioni? Perché accettano le spiegazioni che ne dà lo stesso interessato, che si presenta come vittima della giustizia italiana, della sinistra e dei giornali stranieri? Perché gli oppositori di Berlusconi sono sostanzialmente impotenti politicamente?
Evidentemente le descrizioni sarcastiche, offerte quotidianamente dai giornali e dai settimanali europei, non colgono la sostanza della questione. C’è un dato oggettivo che si può sintetizzare in tre elementi. 1) Il berlusconismo dà voce a una società civile profondamente scontenta, al limite della sopportazione, carica di conflitti, moralmente sfacciata, che non si fida più della sinistra. 2) Alle spalle del Cavaliere c’è un ceto politico emergente (una nuova classe politica) che sta giocando interamente la sua partita. Fa quadrato attorno a lui, razionalizzando le sue esternazioni emotive e cercando di orientarlo secondo i propri interessi. La Lega di Bossi in particolare sta stringendo un’alleanza politica strategica che porterà lontano. 3) È il trionfo del «populismo democratico» che rappresenta una vera mutazione della democrazia italiana che va studiata nella sua originalità.
Il «popolo» berlusconiano-bossiano è il «popolo-degli-elettori», nel senso che la maggioranza elettorale ritiene di poter incarnare automaticamente «il demos sovrano» che può plasmare a suo piacimento la Costituzione. Un successo elettorale maggioritario legittima quindi uno spoils system applicato in modo radicale, nel senso che chi vince stabilisce le regole del gioco a suo piacimento. Il popolo-degli-elettori è destrutturato rispetto al popolo diviso secondo le linee classiste tradizionali e le loro convenzionali proiezioni partitico-politiche. Trova la sua omogeneità soltanto nell’immediatezza (apparente) del rapporto leader-elettori.
La stratificazione sociale non ha perso oggettivamente i suoi connotati fondamentali di classe, ma soggettivamente è diventata estremamente complessa per la diversità delle fonti di reddito e delle posizioni di lavoro, per la molteplicità degli stili di vita e di consumo e soprattutto per l’autopercezione degli interessati. Non a caso Berlusconi non parla mai di «classi sociali» ma di «cittadini fortunati/sfortunati», «prilegiati/deprivilegiati», e le classi inferiori sono composte di chi è «rimasto indietro». A tutti promette un indistinto miglioramento generale purché lo si lasci agire contro l’ordine istituzionale esistente che frena ogni innovazione e contro la sinistra che «lo odia». Il berlusconismo ha reinventato tutta la potenza politica della contrapposizione amico/nemico. E in questo modo trova consenso.
A questo punto occorre fare una precisazione importante. Spesso per spiegare l’anomalia italiana, compreso il fenomeno Berlusconi, molti analisti parlano di una estraneità tra «il sistema politico» (inefficiente, inadeguato) e «la società civile» (vitale e ricca di risorse ed energie). In questa ottica, molti a sinistra fanno appello a una «società civile» italiana che si contrapporrebbe a Berlusconi. È un errore. Il berlusconismo infatti è esso stesso la prima espressione della «società civile» italiana. O se vogliamo, del suo profondo disorientamento. Molte patologie sociali (generalizzata assenza di senso civico e senso dello Stato, endemica complicità di molte regioni e gruppi sociali con la mafia e la camorra, comportamenti antisolidali e razzismo latente) non provengono dal di fuori, ma dal ventre della società civile. Non ha senso quindi contrapporre «la società civile» al «sistema politico» come se fossero due poli ed entità autonome.
Il berlusconismo infine prima che il sintomo di una crisi di rappresentanza politica-partitica, è una domanda di decisione di governo. A questo proposito, non è qui la sede per discutere l’opportunità di una riforma in senso presidenziale (sul modello francese o americano) o comunque di forme di rafforzamento dell’esecutivo in Italia. Se ne discute da anni senza successo per la ferma opposizione non solo della sinistra ma anche dei partiti di centro (ex-democristiano). Ma non c’è dubbio che l’idea di competenze decisionali più forti per il governo è sempre più popolare in Italia. E su di essa Berlusconi giocherà la sua carta più impegnativa. Sullo sfondo di una società profondamente divisa, socialmente disgregata, frammentata, incattivita può succedere che moltissimi cittadini guardino con scettico (persino divertito) distacco ai comportamenti personali disdicevoli del premier, che all’estero appaiono intollerabili. Ecco perché più che un «fenomeno Berlusconi» esiste un «caso Italia».
Questo articolo è stato pubblicato sulla «Süddeutsche Zeitung», che aveva chiesto all’autore di spiegare ai tedeschi il fenomeno Berlusconi.
www.radiovaticana.org, pubblicato giovedì 11 giugno 2009
I vescovi irlandesi esortati dal Papa a stabilire la verità sugli abusi ai minori. L’impegno dell’episcopato a garantire che sia fatta giustizia
◊ Vergogna, umiliazione e pentimento: sono i sentimenti espressi dall’episcopato irlandese per gli abusi compiuti sui minori nelle scuole rette da istituzioni cattoliche. In un comunicato diffuso, ieri, al termine dell’assemblea estiva della conferenza episcopale d’Irlanda, i vescovi sottolineano la ferma volontà di Benedetto XVI affinché venga stabilità la verità e sia fatta giustizia per tutti. Proprio in queste ore, prende il via nel parlamento irlandese la discussione sul “Rapporto Ryan”, documento pubblicato il 20 maggio scorso che ha messo in luce gli abusi perpetrati sui minori da sacerdoti e religiosi cattolici. Il servizio di Alessandro Gisotti:
Gli abusi sui minori, evidenziati dal Rapporto Ryan, “rappresentano un grave tradimento della fiducia riposta nella Chiesa, per questo chiediamo perdono”: è quanto si legge nel comunicato dei vescovi irlandesi al temine della loro assemblea estiva. Documento nel quale i presuli esprimono “profonda tristezza” per i “crimini odiosi perpetrati contro i più innocenti e i più deboli”, con il pretesto del missione di Gesù Cristo. La nota ricorda il recente incontro con Benedetto XVI, in Vaticano, del cardinale Seán Brady, presidente della Conferenza episcopale irlandese, e dell’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin. Il Papa, afferma il comunicato, ha ribadito quanto sia urgente che tutti i vescovi si impegnino affinché venga stabilita la verità dei fatti e venga assicurata la giustizia per tutti. Dal Pontefice anche l’esortazione a verificare che le misure messe in atto affinché gli abusi non si verifichino più siano pienamente applicate. Il Papa chiede inoltre ai presuli che la Chiesa irlandese faccia il possibile per lenire le ferite delle vittime.
“Proviamo vergogna, siamo umiliati e chiediamo scusa - ribadiscono i presuli - se il nostro popolo si è allontanato così tanto dai propri ideali cristiani”. Esprimono dunque l’auspicio di lavorare assieme alle vittime per aiutare quanti hanno subito degli abusi e chiedono a tutti i fedeli di pregare per coloro che hanno sofferto. Nel comunicato si ricorda inoltre l’importante appuntamento del 50.mo Congresso eucaristico internazionale, che si terrà in Irlanda nel 2012. All’assemblea dei presuli ha partecipato anche l’arcivescovo Piero Marini, presidente del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali. Mons. Marini, si legge nella nota, ha affermato che il Congresso di Dublino sarà un segno di fede e carità e un’occasione di pellegrinaggio per i fedeli di tutto il mondo. Il Congresso Eucaristico, è l’augurio dei vescovi, servirà ad approfondire la fede nell’Eucaristia e la comprensione della sua incidenza nella vita di ogni giorno.
Sempre ieri, si è tenuta a Dublino una marcia silenziosa delle vittime degli abusi con centinaia di partecipanti. Un’iniziativa alla quale hanno preso parte anche rappresentanti dell’arcivescovado di Dublino. Il servizio di Enzo Farinella:
E’ stata la marcia delle emozioni più che la marcia della protesta. Centinaia di persone sono sfilate in silenzio in piena solidarietà con le vittime di abusi fisici, psichici e sessuali da parte di uomini e donne consacrati, che non avrebbero mai dovuto agire come hanno fatto e per i quali non ci sono attenuanti o scuse di alcun genere. La cultura che ha permesso un simile agire viene oggi rigettata da tutti. Uno striscione di dimostranti asseriva: “Prendiamoci cura di tutti i bambini della nazione ugualmente”. In queste parole, più che inutile recriminazione, c’è la visione di un futuro più equo per le vittime e per i futuri attori della nostra storia. Oggi, il parlamento irlandese inizia due giorni di dibattito su quanto è accaduto negli anni dell’abuso, perché non si debba mai più ripetere una simile azione.
www.radiovaticana.org, pubblicato venerdì 12 giugno 2009
I vescovi italiani pubblicano la Lettera ai cercatori di Dio: il commento di mons. Bruno Forte
◊ “Come credenti in Gesù Cristo, animati dal desiderio di far conoscere colui che ha dato senso e speranza alla nostra vita, ci rivolgiamo con rispetto e amicizia a tutti i cercatori di Dio”: inizia, così, la “Lettera ai cercatori di Dio”, preparata dalla Commissione Cei per la dottrina della fede, presieduta dall’arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte. Il documento, che viene oggi pubblicato integralmente dal quotidiano Avvenire, parte da alcune domande diffuse nel vissuto di molti per poi proporre l’annuncio cristiano. Intervistato da Alessandro Gisotti, mons. Bruno Forte si sofferma sulle ragioni che hanno portato a stilare questa lettera:
R. – Nella società postmoderna, sempre più appare chiaro che non si può dare per scontata la trasmissione della fede. Abbiamo bisogno di annunciare sempre nuovamente il kerygma, cioè il messaggio centrale, gioioso dell’amore di Dio apparso a noi in Gesù Cristo. E questo bisogno di primo annuncio, che è evidente nelle società secolarizzate dell’Occidente ma anche in Paesi dove il Vangelo dev’essere in gran parte ancora annunciato, spinge a ritenere importantissimo il riferimento a testi come i Catechismi della Chiesa. E tuttavia, per un primo annuncio, non è sufficiente perché c’è bisogno di poter dire molto in poco. Ecco: questo testo risponde a questa esigenza. Una presentazione breve, compendiosa del Vangelo, del messaggio della fede dove si vuol dire molto in poco anche se, naturalmente, non tutto può essere sviluppato e approfondito come invece nei testi dei Catechismi.
D. – La Lettera viene sviluppata con un linguaggio semplice, diretto e con uno stile a volte anche colloquiale: una scelta voluta, ovviamente …
R. – Certamente. Proprio per testimoniare il volto di una Chiesa amica, di una Chiesa vicina alle grandi domande del cuore umano e desiderosa di parlare da cuore a cuore a coloro a cui si rivolge. Rispetto ad un dilemma di moda che parla di una Chiesa dei “no”, vogliamo far risaltare quello su cui insiste molto Papa Benedetto: al centro di tutto il messaggio della Chiesa c’è il grande “sì” di Dio in Gesù Cristo e c’è il “sì” alla vita, all’amore, alla gioia, alla bellezza che il Vangelo di Gesù porta nel mondo.
D. – Quali sono le sue aspettative per questa Lettera?
R. – Già Platone diceva che ogni libro ha bisogno di un padre. In altre parole, un libro da sé non riesce a dire tutte le potenzialità che nasconde. Ecco perché l’auspicio è che la Lettera non solo possa giungere a quante più persone possibili, e dunque anche essere utilizzata per percorsi individuali, personali di lettura e di meditazione; ma che ci sia sempre lo sforzo dei mediatori della Parola di Dio, di poterla presentare, di farne un ponte di dialogo e di amicizia, utilizzandola – ad esempio – come canovaccio in una serie di incontri, di dialoghi, di conoscenza e di approfondimento del vivere con dei gruppi, delle persone in ricerca. Ancora una volta mi preme di sottolineare che i cercatori di Dio siamo veramente tutti noi, quelli che credono: perché Dio è sempre nuovamente da scoprire nella sua profondità e bellezza, come dice il Salmo: “Il Tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il Tuo volto”. Parola di chi, come Davide, aveva conosciuto e sperimentato l’amore di Dio. Ma poi, c’è la ricerca di quelli che ancora non hanno fatto questa esperienza, di quei cercatori di Dio che sono i non credenti pensosi per cui la domanda su Dio resta la domanda più grande e importante. E infine, l’auspicio sarebbe che questo testo, opportunamente mediato e presentato, possa essere un’occasione di porre domande a chi vorrebbe invece le domande fuggirle o evitarle, evaderle quasi in una sorta di stordimento per non confrontarsi con le questioni ultime, con quelle questioni che si affacciano in tutte le grandi esperienze della vita a cui fa riferimento la lettera, proprio nella prima parte: e cioè, felicità e sofferenza, amore e fallimenti, lavoro, festa, giustizia, pace fino alla sfida di Dio.
(ANSA) - ROMA, 11 GIU - ''Non possiamo essere tutti uguali: che male c'e' se la Corea del Nord vuole essere comunista? O se l'Afghanistan e' in mano ai mullah? Non e' forse il Vaticano un rispettabile stato teocratico con rappresentanze in tutto il mondo? Se l'Iraq era una dittatura sotto Saddam, era forse questo un problema degli occidentali? E' stata una buona idea far crollare il suo regime spalancando le porte ad al Qaida? Non si puo' valutare il mondo con superficialita' ''. Questo il passaggio del discorso del colonnello libico Muammar Gheddafi - nella sala Zuccari di palazzo Giustiniani - per sottolineare che le dittature come gli Stati di matrice religiosa o fondamentalista sono questioni interne dei singoli paesi. ''Perche' il mondo non puo' essere diversificato in regimi di tutti i tipi?'' ha precisato il Colonnello e ha aggiunto: ''Se uno ha un programma utile per la gente qual e' il problema?''.''Se la Libia diventa uno Stato rivoluzionario e' un fatto che riguarda i libici'', ha aggiunto. (ANSA).
Egregio sig. Cardinale,
viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E’ il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città.
Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato - o meglio non ha trattato - la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica.
Lei e il segretario della Cei avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe: la moglie accusa pubblicamente il marito presidente del consiglio di «frequentare minorenni», dichiara che deve essere trattato «come un malato», lo descrive come il «drago al quale vanno offerte vergini in sacrificio». Le interviste pubblicate da un solo (sic!) quotidiano italiano nel deserto dell’omertà di tutti gli altri e da quasi tutta la stampa estera, hanno confermato, oltre ogni dubbio, che il presidente del consiglio ha mentito spudoratamente alla Nazione e continua a mentire sui suoi processi giudiziari, sull’inazione del suo governo e sulla sua pedofilia. Una sentenza di tribunale di 1° grado ha certificato che egli è corruttore di testimoni chiamati in giudizio e usa la bugia come strumento ordinario di vita e di governo. Eppure si fa vanto della morale cattolica: Dio, Patria, Famiglia. In una tv compiacente ha trasformato in suo privato in un affaire pubblico per utilizzarlo a scopi elettorali, senza alcun ritegno etico e istituzionale.
Lei, sig. Cardinale, presenta il magistero dei vescovi (e del papa) come garante della Morale, centrata sulla persona e sui valori della famiglia, eppure né lei né i vescovi avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale, valorizzando gli istinti di seduzione, di forza/furbizia e di egoismo individuale. I vescovi assistono allo sfacelo morale del Paese ciechi e muti, afoni, sepolti in una cortina di incenso che impedisce loro di vedere la «verità» che è la nuda «realtà». Il vostro atteggiamento è recidivo perché avete usato lo stesso innocuo linguaggio con i respingimenti degli immigrati in violazione di tutti i dettami del diritto e dell’Etica e della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, con cui il governo è solito fare i gargarismi a vostro compiacimento e per vostra presa in giro. Avete fatto il diavolo a quattro contro le convivenze (Dico) e le tutele annesse, avete fatto fallire un referendum in nome dei supremi «principi non negoziabili» e ora non avete altro da dire se non che le vostre paroline sono «per tutti», cioè per nessuno.
Il popolo credente e diversamente credente si divide in due categorie: i disorientati e i rassegnati. I primi non capiscono perché non avete lesinato bacchettate all’integerrimo e cattolico praticante, Prof. Romano Prodi, mentre assolvete ogni immoralità di Berlusconi. Non date forse un’assoluzione previa, quando vi sforzate di precisare che in campo etico voi «parlate per tutti»? Questa espressione vuota vi permette di non nominare individualmente alcuno e di salvare la capra della morale generica (cioè l’immoralità) e i cavoli degli interessi cospicui in cui siete coinvolti: nella stessa intervista lei ha avanzato la richiesta di maggiori finanziamenti per le scuole private, ponendo da sé in relazione i due fatti. E’ forse un avvertimento che se non arrivano i finanziamenti, voi siete già pronti a scaricare il governo e l’attuale maggioranza che sta in piedi in forza del voto dei cattolici atei? Molti cominciano a lasciare la Chiesa e a devolvere l’8xmille ad altre confessioni religiose: lei sicuramente sa che le offerte alla Chiesa cattolica continuano a diminuire; deve, però, sapere che è una conseguenza diretta dell’inesistente magistero della Cei che ha mutato la profezia in diplomazia e la verità in servilismo.
I cattolici rassegnati stanno ancora peggio perché concludono che se i vescovi non condannano Berlusconi e il berlusconismo, significa che non è grave e passano sopra all’accusa di pedofilia, stili di vita sessuale con harem incorporato, metodo di governo fondato sulla falsità, sulla bugia e sull’odio dell’avversario pur di vincere a tutti i costi. I cattolici lo votano e le donne cattoliche stravedono per un modello di corruttela, le cui tv e giornali senza scrupoli deformano moralmente il nostro popolo con «modelli televisivi» ignobili, rissosi e immorali.
Agli occhi della nostra gente voi, vescovi taciturni, siete corresponsabili e complici, sia che tacciate sia che, ancora più grave, tentiate di sminuire la portata delle responsabilità personali. Il popolo ha codificato questo reato con il detto: è tanto ladro chi ruba quanto chi para il sacco. Perché parate il sacco a Berlusconi e alla sua sconcia maggioranza? Perché non alzate la voce per dire che il nostro popolo è un popolo drogato dalla tv, al 50% di proprietà personale e per l’altro 50% sotto l’influenza diretta del presidente del consiglio? Perché non dite una parola sul conflitto d’interessi che sta schiacciando la legalità e i fondamentali etici del nostro Paese? Perché continuate a fornicare con un uomo immorale che predica i valori cattolici della famiglia e poi divorzia, si risposa, divorzia ancora e si circonda di minorenni per sollazzare la sua senile svirilità? Perché non dite che con uomini simili non avete nulla da spartire come credenti, come pastori e come garanti della morale cattolica? Perché non lo avete sconfessato quando ha respinto gli immigrati, consegnandoli a morte certa? Non è lo stesso uomo che ha fatto un decreto per salvare ad ogni costo la vita vegetale di Eluana Englaro? Non siete voi gli stessi che difendete la vita «dal suo sorgere fino al suo concludersi naturale»? La vita dei neri vale meno di quella di una bianca? Fino a questo punto siete stati contaminati dall’eresia della Lega e del berlusconismo? Perché non dite che i cattolici che lo sostengono in qualsiasi modo, sono corresponsabili e complici dei suoi delitti che anche l’etica naturale condanna? Come sono lontani i tempi di Sant’Ambrogio che nel 390 impedì a Teodosio di entrare nel duomo di Milano perché «anche l’imperatore é nella Chiesa, non al disopra della Chiesa». Voi onorate un vitello d’oro.
Io e, mi creda, molti altri credenti pensiamo che lei e i vescovi avete perduto la vostra autorità e avete rinnegato il vostro magistero perché agite per interesse e non per verità. Per opportunismo, non per vangelo. Un governo dissipatore e una maggioranza, schiavi di un padrone che dispone di ingenti capitali provenienti da «mammona iniquitatis», si è reso disposto a saldarvi qualsiasi richiesta economica in base al principio che ogni uomo e istituzione hanno il loro prezzo. La promessa prevede il vostro silenzio che - è il caso di dirlo - è un silenzio d’oro? Quando il vostro silenzio non regge l’evidenza dell’ignominia dei fatti, voi, da esperti, pesate le parole e parlate a suocera perché nuora intenda, ma senza disturbarla troppo: «troncare, sopire … sopire, troncare».
Sig. Cardinale, ricorda il conte zio dei Promessi Sposi? «Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo … si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti… A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire» (A. Manzoni, Promessi Sposi, cap. IX). Dobbiamo pensare che le accuse di pedofilia al presidente del consiglio e le bugie provate al Paese siano una «bagatella» per il cui perdono bastano «cinque Pater, Ave e Gloria»? La situazione è stata descritta in modo feroce e offensivo per voi dall’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che voi non avete smentito: «Alla Chiesa molto importa dei comportamenti privati. Ma tra un devoto monogamo [leggi: Prodi] che contesta certe sue direttive e uno sciupa femmine che invece dà una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupa femmine. Ecclesia casta et meretrix» (La Stampa, 8-5-2009).
Mi permetta di richiamare alla sua memoria, un passo di un Padre della Chiesa, l’integerrimo sant’Ilario di Poitier, che già nel sec. IV metteva in guardia dalle lusinghe e dai regali dell’imperatore Costanzo, il Berlusconi cesarista di turno: «Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro» (Ilario di Poitiers, Contro l’imperatore Costanzo 5).
Egregio sig. Cardinale, in nome di quel Dio che lei dice di rappresentare, ci dia un saggio di profezia, un sussurro di vangelo, un lampo estivo di coerenza di fede e di credibilità. Se non può farlo il 50% di pertinenza del presidente della Cei «per interessi superiori», lo faccia almeno il 50% di competenza del vescovo di una città dove tanta, tantissima gente si sta allontanando dalla vita della Chiesa a motivo della morale elastica dei vescovi italiani, basata sul principio di opportunismo che è la negazione della verità e del tessuto connettivo della convivenza civile.
Lei ha parlato di «emergenza educativa» che è anche il tema proposto per il prossimo decennio e si è lamentato dei «modelli negativi della tv». Suppongo che lei sappia che le tv non nascono sotto l’arco di Tito, ma hanno un proprietario che è capo del governo e nella duplice veste condiziona programmi, pubblicità, economia, modelli e stili di vita, etica e comportamenti dei giovani ai quali non sa offrire altro che la prospettiva del «velinismo» o in subordine di parlamentare alle dirette dipendenze del capo che elargisce posti al parlamento come premi di fedeltà a chi si dimostra più servizievole, specialmente se donne. Dicono le cronache che il sultano abbia gongolato di fronte alla sua reazione perché temeva peggio e, se lo dice lui che è un esperto, possiamo credergli. Ora con la benedizione del vostro solletico, può continuare nella sua lasciva intraprendenza e nella tratta delle minorenni da immolare sull’altare del tempio del suo narcisismo paranoico, a beneficio del paese di Berlusconistan, come la stampa inglese ha definito l’Italia.
Egregio sig. Cardinale, possiamo sperare ancora che i vescovi esercitino il servizio della loro autorità con autorevolezza, senza alchimie a copertura dei ricchi potenti e a danno della limpidezza delle verità come insegna Giovanni Battista che all’Erode di turno grida senza paura per la sua stessa vita: «Non licet»? Al Precursore la sua parola di condanna costò la vita, mentre a voi il vostro «tacere» porta fortuna.
In attesa di un suo riscontro porgo distinti saluti.
Genova 31 maggio 2009
Paolo Farinella, prete
di Paolo Farinella - da domani.arcoiris.tv
35036. ROMA-ADISTA. “Mi domando in che Paese viviamo”, si era chiesta Veronica Lario (3/5) rendendo pubblica la propria volontà di divorziare dal marito Silvio Berlusconi, “come sia possibile accettare un metodo politico come quello che si è cercato di utilizzare per la composizione delle liste elettorali del centrodestra e come bastino due mie dichiarazioni a generare un immediato dietrofront”. La moglie del premier si era altresì detta sconcertata dal fatto che “per una strana alchimia il Paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore”.
È a partire da questo inestricabile intreccio fra pubblico e privato che sono successivamente montate - e hanno fatto il giro del mondo - le polemiche in merito alla (non ancora chiarita) relazione fra il presidente del Consiglio e la giovanissima Noemi Letizia, maggiorenne solo dall’aprile appena trascorso.
“Questo scandalo”, ha commentato alla Stampa (25/5) l’ex vicepresidente della Cei, mons. Alessandro Plotti, “dimostra quanto si sia drammaticamente abbassato il livello di moralità pubblica. Si è clamorosamente perso il senso delle proporzioni. È come se la gente si fosse impermeabilizzata a derive etiche che dovrebbero innescare una reazione morale, un sussulto etico. E così finisce per diventare normale ciò che normale non è”. “Chi ha responsabilità e riveste un ruolo pubblico al massimo livello”, ha aggiunto mons. Plotti, “non può ignorare come la sua azione e il suo modo di relazionarsi agli altri abbia inevitabilmente un valore esemplare sull’opinione pubblica. Simili scandali nella vita personale inficiano la credibilità personale di un leader politico e destano allarme se, come in questo caso, l’interessato occupa un incarico istituzionale decisivo per le sorti del Paese”.
Vescovi in Assemblea: noi non giudichiamo
Le durissime parole di mons. Plotti non hanno però trovato eco nell’Assemblea generale dei vescovi che si è conclusa il 29 maggio in Vaticano. “Di questioni morali ce ne sono tante. La nostra attenzione è a tenerle vive tutte, non andando a esprimere giudizi ogni pie’ sospinto su questo e quello”, ha affermato mons. Mariano Crociata rispondendo in conferenza stampa alle domande dei giornalisti sulle recenti vicende che hanno coinvolto il Presidente del Consiglio. “Ognuno - ha dichiarato il segretario generale della Cei - ha la sua capacità di giudizio. Ed è inutile pronunciarsi su singoli comportamenti perché le coscienze formate di ciascuno sanno cosa sia giusto”.
Mons. Crociata ha anche invitato a non strumentalizzare le parole del card. Angelo Bagnasco, che nel corso della sua prolusione (v. articolo successivo) aveva affermato: “Il mondo adulto non può gridare allo scandalo, esibire sorpresa di fonte alle trasgressioni più atroci che vedono protagonisti giovani e giovanissimi, e subito spegnere i riflettori senza nulla correggere dei modelli che presenta e impone ogni giorno”.
“La sottolineatura del ruolo degli adulti - ha spiegato mons. Crociata - non autorizza a massimalismi semplificatori per cui le responsabilità stanno solo da una parte”. Per questo motivo il richiamo del presidente della Cei non va “legato ad aspetti di cronaca quotidiana”, quantunque l’appello ad una maggiore responsabilità vada letto “in rapporto alla diversa visibilità di ciascuno”.
La linea dei vescovi si attesta dunque nel solco già tracciato da Avvenire all’indomani dello scandalo, quando il quotidiano dei vescovi si era limitato ad un bonario invito ad una maggiore sobrietà rivolto al presidente del Consiglio (v. Adista n. 52/09). Perfino sul caso delle veline nelle liste per le europee la critica di mons. Diego Coletti, responsabile della pastorale per l’educazione della Cei, non è stata vibrante (anzi, in realtà, piuttosto discutibile): “La bellezza ha un ruolo scenico - ha affermato mons. Colletti - offre un senso di percezione della forma. Anche l’occhio vuole la sua parte. Ciò che crea il guasto culturale è che questo sia l’unico elemento o l’elemento decisivo”.
Don Sciortino: un modello che dà scandalo
Ma le parole di mons. Plotti non sono comunque rimaste isolate all’interno del mondo cattolico. Secondo il direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Scortino, “c’è un’emergenza che sta disorientando il Paese. Si chiama educazione”. “Il modello delle veline, che ha i suoi santuari non solo in molte trasmissioni televisive e che è stato sdoganato come normale opportunità, financo per arrivare alla politica, fa diventare adulte ragazzine che perdono l’età e che impostano la propria vita sull’emulazione e non più sulla fatica di apprendere, di studiare, di costruire responsabilità per sé e per gli altri. I meccanismi li hanno costruiti gli adulti, loro è la regia, loro sostengono un progetto che dovrebbe preoccupare”. Per questo motivo, ha spiegato don Sciortino nell’editoriale pubblicato sull’ultimo numero della rivista dei paolini (21/09), “è sulla crisi degli adulti che il Paese si dovrebbe interrogare, sul grado di moralità pubblica che tende a sparire, travolta dai meccanismi perversi della rappresentazione mediatica, dalla bulimia del successo, unica certificazione di qualità della vita reale”. “Lo scandalo è in chi sostiene il sistema delle veline, meteorine e quant’altro, facendone un modello di vita e di successo, o strumento di consenso, liquidando con rabbia chi pone la questione”.
Don Sciortino è stato ancor più esplicito, con riferimento alle recenti vicende di cronaca, in un’intervista rilasciata all’Unità (25/5): “Sta al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, fare definitivamente chiarezza. Non si può sottrarre alla legittima richiesta che viene dai media. Non esiste per nessuno un’immunità morale. Tutti, allo stesso modo, sono chiamati a rispondere dei loro comportamenti”.
La richiesta di chiarificazioni è stata fatta propria anche da p. Bartolomeo Sorge, che ha inoltre stigmatizzato un clima culturale fatto “di velinismo imperante, uso spregiudicato della donna, volgarità e ipocrisia”.
Infine don Vinico Albanesi ha così sintetizzato la vicenda di Noemi e del presidente del Consiglio: “Lo schema è molto antico: l'adulto potente e danaroso chiama alla corte chi vuole, perché promette futuro. La cenerentola di turno dice sì, pensando alla svolta della propria vita”. “L’amarezza - ha commentato don Albanesi - è che la storia d’occidente sembrava aver avviato il rispetto dei sentimenti, delle persone, delle famiglie, dei vincoli affettivi e sociali. La lezione di oggi è che non c’è tregua per dignità raggiunte. Si sono evoluti i termini della ricchezza. Al possesso dei beni e alla disponibilità della servitù di ieri, si è aggiunta oggi la risonanza pubblica: in fondo essa stessa ricchezza, perché la gloria rimane comunque legata al denaro”. (emilio carnevali)
Ecco tre domande che vorrei fare ad Alfredo Pallone, candidato del Pdl alle prossime elezioni europee.
- La sua è una candidatura gonfiata?
- E' vero che ha scritto il suo programma con la penna a sfera?
- In caso di sconfitta non teme che il partito la prenda a pedate?
Grazie
" (...) ...è scontato che coloro che adorano l’Unico Dio manifestino essi stessi di essere fondati su ed incamminati verso l’unità dell’intera famiglia umana. In altre parole, la fedeltà all’Unico Dio, il Creatore, l’Altissimo, conduce a riconoscere che gli esseri umani sono fondamentalmente collegati l’uno all’altro, perché tutti traggono la loro propria esistenza da una sola fonte e sono indirizzati verso una meta comune. Marcati con l’indelebile immagine del divino, essi sono chiamati a giocare un ruolo attivo nell’appianare le divisioni e nel promuovere la solidarietà umana.
Questo pone una grave responsabilità su di noi. Coloro che onorano l’Unico Dio redono che Egli riterrà gli esseri umani responsabili delle loro azioni. I Cristiani affermano che i doni divini della ragione e della libertà stanno alla base di questa responsabilità. La ragione apre la mente per comprendere la natura condivisa e il destino comune della famiglia umana, mentre la libertà spinge il cuore ad accettare l’altro e a servirlo nella carità. L’indiviso amore per l’Unico Dio e la carità verso il nostro prossimo diventano così il fulcro attorno al quale ruota tutto il resto. Questa è la ragione perché operiamo instancabilmente per salvaguardare i cuori umani dall’odio, dalla rabbia o dalla vendetta (...)".
BENEDETTO XVI, 12-05-09, Discorso in occasione della visita di cortesia al Gran Mufti, alla Spianata delle Moschee di Gerusalemme
" (...) In realtà, la fede in Dio non sopprime la ricerca della verità; al contrario l’incoraggia. San Paolo esortava i primi cristiani ad aprire le proprie menti a tutto “quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode” (Fil 4,8). Ovviamente la religione, come la scienza e la tecnologia, come la filosofia ed ogni espressione della nostra ricerca della verità, possono corrompersi. La religione viene sfigurata quando viene costretta a servire l’ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l’abuso. Qui non vediamo soltanto la perversione della religione, ma anche la corruzione della libertà umana, il restringersi e l’obnubilarsi della mente. Evidentemente, un simile risultato non è inevitabile. Senza dubbio, quando promuoviamo l’educazione proclamiamo la nostra fiducia nel dono della libertà. Il cuore umano può essere indurito da un ambiente ristretto, da interessi e da passioni. Ma ogni persona è anche chiamata alla saggezza e all’integrità, alla scelta basilare e più importante di tutte del bene sul male, della verità sulla disonestà, e può essere sostenuta in tale compito.
La chiamata all’integrità morale viene percepita dalla persona genuinamente religiosa dato che il Dio della verità, dell’amore e della bellezza non può essere servito in alcun altro modo. La fede matura in Dio serve grandemente per guidare l’acquisizione e la giusta applicazione della conoscenza. La scienza e la tecnologia offrono benefici straordinari alla società ed hanno migliorato grandemente la qualità della vita di molti esseri umani. Senza dubbio questa è una delle speranze di quanti promuovono questa Università, il cui motto è Sapientia et Scientia. Allo stesso tempo, la scienza ha i suoi limiti. Non può dar risposta a tutte le questioni riguardanti l’uomo e la sua esistenza. In realtà, la persona umana, il suo posto e il suo scopo nell’universo non può essere contenuto all’interno dei confini della scienza. “La natura intellettuale della persona umana si completa e deve completarsi per mezzo della sapienza, che attira dolcemente la mente dell’uomo a cercare ed amare le cose vere e buone” (cfr Gaudium et spes, 15). L’uso della conoscenza scientifica abbisogna della luce orientatrice della sapienza etica. Tale sapienza ha ispirato il giuramento di Ippocrate, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, la Convenzione di Ginevra ed altri lodevoli codici internazionali di comportamento. Pertanto, la sapienza religiosa ed etica, rispondendo alle questioni sul senso e sul valore, giocano un ruolo centrale nella formazione professionale. Conseguentemente, quelle università dove la ricerca della verità va di pari passo con la ricerca di quanto è buono e nobile offrono un servizio indispensabile alla società.(...)"
Benedetto XVI, Discorso durante
BERLUSCONI: AVVENIRE, PREMIER SIA CON SOBRIETA' SPECCHIO PAESE =
(ASCA) - Roma, 5 mag - ''Sappiamo che un uomo di governo va giudicato per cio' che realizza, per i suoi programmi e la qualita' delle leggi che contribuisce a creare. Ma la stoffa umana di un leader, il suo stile e i valori di cui riempie concretamente la sua vita non sono indifferenti. Non possono esserlo. Per questo noi continuiamo a coltivare la richiesta di un presidente che con sobrieta' sappia essere specchio, il meno deforme, all'anima del Paese''. E' quanto scrive L'Avvenire, sul divorzio Berlusconi-Lario, in un editoriale firmato da Rossana Sisti.
Il quotidiano della Cei sottolinea con preoccupazione il fatto che ''la politica e lo spettacolo, in un abbraccio mortifero, hanno dato nell'occasione il peggio di se'. Non ci e' piaciuto quel clima da scambio di 'favorini' veri, falsi o presunti tra amici e amiche. E ci ha inquietato lo spargersi tra alzatine di spalle e sorrisetti irridenti o ammiccanti, di un'altra manciata di sospetti sulle gesta del presidente del Consiglio. Il sospetto per chi gestisce la cosa pubblica puo' essere persino peggiore della verita' piu' scomoda. E comunque prima o poi arriva il momento del conto''. Poi Avvenire sottolinea che ''questa volta abbiamo vissuto con autentica tristezza il valzer delle candidature: se ci fossero davvero in lista d'attesa veline o attricette non lo sapremo mai ma anche solo l'ipotesi di un uso delle ragazze come esca elettorale e' suonata sconfortante''.
res-rus/cam/a
"La scienza può purificare la religione dall'errore e dalla superstizione; la religione può purificare la scienza dall'idolatria e dai falsi assoluti".
Lettera al rev. George Coyne, Direttore della Specola Vaticana, 1 giugno 1988
di Tony Anatrella, Michele Barbato, Jokin de Irala, René Ecochard, Dany Sauvage
da “Le Monde” dell'11 aprile 2009 (traduzione: www.finesettimana.org)
Una risposta agli autori della lettera al papa sulla prevenzione dell'aids
Alla lettura della vostra lettera indirizzata a Benedetto XVI, su Le Monde del 25 marzo noi ci chiediamo se è ancora possibile riflettere sul senso della sessualità umana, dei comportamenti e dei modelli sessuali che una società genera, senza che subito ci si ingiunga di tacere, in nome di una visione puramente tecnologica sull'argomento e che, del resto, non prende in considerazione tutti gli studi epidemiologici.
Oggi, sui media si discute e ci si focalizza su un gruppo di parole pronunciate da Benedetto XVI: “(...) ciò rischia di aumentare il problema.” Per il papa non si tratta di esaminare gli eventuali guasti dell'oggetto profilattico a seguito di rotture o sfilamenti, né di evocare la sua resistenza e l'ipotesi della sua porosità.
Il problema non riguarda questo aspetto, che deve continuare ad essere trattato dai laboratori di fabbricazione e dai medici. Ma non è la misura preventiva più efficace. In effetti, in molti paesi africani, la proporzione delle persone portatrici del virus è troppo elevata perché l'epidemia sia frenata dal preservativo da solo. Molti epidemiologi che lavorano nel campo della lotta contro l'epidemia di HIV in Africa si stupiscono della mancanza di informazione che rivelano le prese di posizione contro la dichiarazione del papa. Per esempio, Edward Green, direttore dell'APRP (Aids Prevention Research Project) dell'università di Harvard, durante un'intervista ha detto, parlando dell'Africa: “Teoricamente, il preservativo dovrebbe funzionare, e teoricamente, un utilizzo del preservativo dovrebbe portare a migliori risultati rispetto al non utilizza. Ma ciò è teorico... Noi non troviamo un rapporto tra un utilizzo più frequente del preservativo ed una riduzione dei tassi di contaminazione da HIV” (“Harvard Researcher Agrees with Pope on Condoms in Africa”, Catholic News Agency, marzo 2009).
Non c'è nessun paese con un'epidemia generalizzata che sia riuscito a diminuire il rapporto della popolazione infettata da HIV grazie alle campagne centrate sull'utilizzo del solo preservativo. Il caso di diminuzione di trasmissione di HIV pubblicati nella letteratura scientifica sono associati alla messa in atto dell'“astinenza” e della “fedeltà” oltre ai preservativi, nella triade ABC, astinenza (A), fedeltà (B, per be faithful, sii fedele) e utilizzo del preservativo (C per condom).
In altri termini, solo i programmi che hanno seriamente raccomandato il ritardo dell'attività sessuale dei giovani e la monogamia reciproca (ciò che i cristiani chiamano fedeltà) sono stati coronati da successo. È ciò che ha illustrato il famoso studio riguardante l'Uganda (“Population-Level HIV Declines and Behavioral Risk Avoidance in Uganda”, Rand L. Stoneburner e Daniel Low-Beer, Science, 30 aprile 2004; “Reassessing HIV Prevention”, M. Potts, D. Halperin e al. Science, 9 maggio 2008).
Gli unici paesi che sono riusciti ad abbassare la prevalenza sono quelli che hanno introdotto A e B in tutti i settori della società, della scuola, dell'impresa, dell'università, dei media, delle chiese (“The Time Has Come for Common Ground on Preventing Sexual Transmission of HIV ", D. Halperin, M.J. Steiner, M.M. Cassell, E.C. Green, N. Hearst, D. Kirby, H.D. Gayle, W. Cates,
Lancet, novembre-décembre 2004).
La Chiesa cattolica propone A e B da sempre. Gli specialisti dell'epidemiologia sottolineano che
l'astinenza e la fedeltà hanno fino ad oggi evitato 6 milioni di morti in Africa. Il papa fa notare che “rischiamo di aggravare il problema” dell'aids se i programmi di prevenzione centrati sul preservativo danno un messaggio non adeguato alla popolazione in generale e in particolare ai giovani. Essi veicolano il messaggio: “Tutto ciò che fate con il sesso è in completa sicurezza, senza rischi, finché utilizzate il preservativo.”
Il che è falso. In effetti, questo tipo di campagna porta generalmente ad un fenomeno di compensazione dei rischi. Se le persone si sentono in sicurezza al 100% finché usano dei preservativi, hanno la tendenza a correre maggiori rischi. Per esempio, i giovani che non hanno ancora avuto rapporti sessuali cominciano ad averne, o coloro che hanno dei rapporti sessuali, cominciano ad avere più partner – esattamente ciò di cui l'HIV ha bisogno per propagarsi.
Questo fenomeno di compensazione è stato ampiamente descritto nella letteratura scientifica. Degli studi in particolare sono stati condotti su dei campioni rappresentativi della gioventù nelle Filippine, in Salvador, o anche in Spagna. In ciascuno dei casi, i giovani che credono che i preservativi siano efficaci al 100% hanno la tendenza ad avere rapporti sessuali più presto, un fenomeno classico di compensazione dei rischi.
Il discorso del papa è realistico e giusto: ci interroga su una visione della prevenzione limitata al solo preservativo. Adotta un punto di vista antropologico e morale, comprensibile da tutti, per criticare un orientamento unicamente tecnologico che, da solo, non è in grado di arrestare la pandemia, come ha notato anche a suo tempo l'ONU. Nello spazio di venticinque anni, queste campagne incentrate sul preservativo non sono riuscite a ridurla. Si comprende il discorso esclusivamente tecnologico se si sceglie di rifiutare l'astinenza e la fedeltà. Tuttavia, deve ugualmente essere proposto un approccio diverso, che faccia maggiormente appello al senso della coscienza umana e della responsabilità: in realtà si tratta di un percorso pedagogico riguardante il senso dei comportamenti sessuali. Ma questa prospettiva, ce ne accorgiamo, è difficilmente presa in considerazione oggi nel discorso sociale legato ad un pensiero pragmatico. Il preservativo è diventato una sorta di tabù non criticabile, un feticcio, che, curiosamente, dovrebbe partecipare alla definizione della sessualità. Non è un modo cinico di mascherare gli interrogativi?
Dobbiamo arrivare all'idea che il preservativo protegga da tutto perfino dal pensiero?
Riflettere sui comportamenti sessuali diventa penoso a tal punto da provocare l'ira di molti militanti ed ideologi in materia. In questo senso, le dichiarazioni del papa non sono “regressive”: al contrario ci portano fuori dalla regressione e ci invitano a confrontarci con i fatti e le poste in gioco. Il papa parla degli uomini e della loro vita. Ciò che i media europei non dicono, gli africano hanno saputo ascoltarlo durante il suo viaggio. Gli africani denunciano la parzialità dei media occidentali affermando che una volta di più essi vengono defraudati della loro storia, delle loro risorse e della loro vita, invadendoli con una ideologia comportamentale che sconvolge le loro culture. Esistono degli atteggiamenti morali che umanizzano l'espressione sessuale. Il preservativo, come mezzo di prevenzione nella lotta all'aids, non è né un principio di vita, né un modo di personalizzare e di umanizzare la sessualità, e neanche il solo obiettivo della prevenzione. Quando non viene presentato un percorso di educazione al senso della responsabilità, della sessualità vissuta nel rispetto di sé e dell'altro e al senso dell'impegno e della fedeltà. L'eccesso di deregulation finanziaria ci porta ad un vicolo cieco. Che cosa deriverà da un abbandono delle referenze morali della sessualità?
Tony Anatrella, psicanalista, specialista in psichiatria sociale et consulente del Pontificio consiglio per la salute;
Michele Barbato, ostetrico-ginecologo di Milano, presidente de l'Istituto europeo di educazione familiare;
Jokin de Irala, medeco epidemiologo, dottore dell'università del Massachusetts, coautore del libro" Avoiding Risk, Affirming Life ", che uscirà prossimamente negli Stati Uniti, vicedirettore del dipartimento di medicina preventiva e di salute pubblica all'università di Navarra, Spagna;
René Ecochard, professore di medicina, epidemiologo, caposervizio di biostatistica del Centro Ospedaliero Universitario di Lione;
Dany Sauvage, presidentessa della Federazione africana di azione familiare
'Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli'. (Gv, 3, 14)

di Alessandro Portelli
il manifesto, 25.3.09
L’anniversario della strage nazista delle Fosse Ardeatine è stato segnato quest’anno da un doppio, concentrico pessimo uso della memoria: la falsificazione antipartigiana da una parte, l’esorcismo conciliatorio dall’altra.
La falsificazione è l’indecente campagna scatenata dal giornale ufficiale dei vescovi cattolici e ripresa dall’immarcescibile TG2, sulla presunta responsabilità dei partigiani, rei di non essersi consegnati ai nazisti per evitare la rappresaglia. Le basi di questa campagna sono quanto di più inconsistente: per l’ennesima volta, è saltato fuori qualcuno che dice o scrive di avere visto il mitico manifesto in cui si invitavano i partigiani a “presentarsi.”
Non è una gran scoperta: di gente che sostiene la stessa cosa ce n’è sotto ogni sampietrino di Roma. Però c’è anche gente che sostiene di avere visto l’autostoppista fantasma e la babysitter assassina: perché di questo si tratta, di una leggenda metropolitana (un po’ meno innocua), o meglio di un mito nel senso pieno della parola – cioè, di una narrazione talmente necessaria per sorreggere una convinzione a priori da essere del tutto impermeabile ai fatti. E’ inutile sforzarsi di argomentare le risultanze della ricerca storica, fare appello ai documenti. Che gliene frega ai giornalisti dell’Avvenire che il generale Kesselring negò in tribunale che quei manifesti fossero mai esistiti, anzi disse che non ci avevano nemmeno pensato; e che il boia della Ardeatine, Herbert Kappler, al suo processo non ne abbia mai fatto cenno; e che da nessun archivio ne sia mai saltata fuori una copia o almeno una fotografia; e che il manifesto effettivamente affisso dai nazisti desse notizia della strage solo dopo che era già avvenuta (“quest’ordine è già stato eseguito”)? Basta il primo venuto che dice il contrario per strillare “Ecco la prova” – un titolo che da solo indica che la “prova” serve solo a confermare quello di cui erano convinti già prima: la colpa è dei partigiani, i nazisti poverini ci sono stati costretti. D’altronde, non aveva scritto la stessa cosa l’Osservatore Romano il giorno dopo il massacro?
L’esorcismo conciliatorio si è realizzato ritualmente davanti al luogo della strage, con ex fascisti neanche tanto ex come La Russa a versare (metaforicamente, metaforicamente!) lacrime di coccodrillo sulle vittime “dei totalitarismi”. Nel luogo più sacro della memoria dell’antifascismo, gli antifascisti erano assenti, flebili o generici. Abbiamo affidato agli eredi di Almirante pure la nostra memoria, pure la Resistenza deve aspettare che sia Fini a rendergli l’onore che non si nega agli sconfitti. Il gesto di omaggio, in parte opportunistico e in parte autentico, reso da Fini alle Ardeatine all’inizio degli anni ’90 si è trasformato nel suo contrario: nella definitiva appropriazione alla destra di uno dei nostri luoghi di memoria più cari. Non si tratta di definitiva accettazione da parte della destra dei valori dell’antifascismo, come vorrebbero letture ottimistiche; si tratta del contrario, della relegazione dell’antifascismo a un passato che ha solo valenza rituale. L’ennesima indecente assimilazione di nazismo e comunismo (di fronte a un luogo dove sono sepolti più di cento comunisti ammazzati dai nazisti) e l’ammonimento a non ripetere gli “errori del passato” (quali, esattamente? Li vogliamo nominare?) servono in ultima analisi a prendere le distanze dalla storia, a relegare nel passato i rischi della nostra civiltà, e all’apologia del nostro democratico, bipartitico e governabile presente di ronde, xenofobie, razzismi.
Ma non è a questo che serve la memoria. La memoria serve a disturbare il presente, a metterci a disagio, a farci stare male. Le Fosse Ardeatine non sono, ricordiamolo, il peggior crimine nazista in Italia (ricordiamoci di Marzabotto e, Spike Lee a parte, di Sant’Anna di Stazzema, e delle infinite stragi piccole medie e grandi dalla Sicilia a Bassano del Grappa). Non sono neanche il peggio che sia successo a Roma: sono quasi duemila gli ebrei romani che non sono tornati dai campi di sterminio; e nessuno ha un conto esatto di quanti sono tornati fra i settecento carabinieri deporti a ottobre 1943 o i novecento deportati del Quadraro ad aprile del ’44 – e neanche delle migliaia sepolte sotto i bombardamenti alleati. Se le Fosse Ardeatine hanno un potere così grande sulle nostre passioni, allora, è soprattutto per le modalità che ne fanno in un certo senso la sintesi simbolica di tutte queste stragi: il luogo, una grande città, capitale dello stato e della chiesa cattolica; la composizione geografica e sociale delle vittime, provenienti da tutta Italia, da tutte le classi sociali, da tutto l’arco delle generazioni, delle scelte politiche, delle religioni (compresi gli apolitici e gli atei).
Ma soprattutto, la memoria delle Fosse Ardeatine ci disturba per il modo in cui si è compiuta la strage. Sbagliano le lapidi affisse in giro per Roma che commemorano gli uccisi come vittime della “barbarie”, della “bestialità, della “ferocia” nazista. Le Fosse Ardeatine non sono una strage barbara, sono una strage profondamente civilizzata: come i campi di sterminio non si potevano fare senza le ferrovie e i computer, anche le Ardeatine non si potevano fare senza quei pilastri dello stato moderno che sono gli archivi da cui desumere gli elenchi dei candidati alla morte, la logistica per trasportarli sul luogo della morte, la burocrazia per spuntare i nomi dalle liste. Solo l’Occidente moderno ha i mezzi per fare cose simili. I “barbari”, i “selvaggi”, le bestie sono capaci di fare cose orrende; ma questa l’abbiamo fatta noi uomini civili con gli strumenti della nostra civiltà. Insieme a tante cose nobili e belle, alle radici dell’Europa ci sono le Fosse Ardeatine, Babi Yar, Auschwitz. Di questo dovremmo parlare, il 24 marzo di ogni anno.
E non l’ha fatta la “belva nazista” che ossessionava l’immaginario del piccolo Grossman in Vedi alla voce amore: l’hanno fatta “uomini comuni,” esseri umani come noi. In tutta la sua autodifesa al processo, Herbert Kappler insisteva sul “rispetto umano” per vittime e carnefici insieme: non far sparare troppo da vicino per non sfigurare i cadaveri, non dare i conforti religiosi alle vittime per non doverli dolorosamente interrompere per ammazzarle, confortare paternamente i poveri soldati che andavano in pezzi dopo tante ore di sangue… Come facciamo a non riconoscere noi stessi nelle parole di Kappler (il paradossale dibattito californiano se l’iniezione mortale sia o meno una pena crudele…), a non vederci i germi delle nostre guerre umanitarie, dei nostri bombardamenti democratici, delle nostre civilizzate torture?
Se la strage delle Ardeatine l’hanno compiuta uomini civili come noi, vuol dire che il rischio ce l’abbiamo dentro anche noi. Possiamo essere vittime, ma possiamo essere carnefici, o complici silenziosi. La figlia di uno degli uccisi delle Ardeatine si interrogava sulle finestre chiuse mentre sotto, per le strade di Roma, passavano i camion con i destinati alla morte. Ecco, forse un “errore del passato” da non ripetere è chiudere di nuovo le finestre quando dalle nostre basi partono gli aerei per Abu Ghraib, o quando nelle nostre strade scorrono i camion e le ronde verso le violenze sempre nuove e sempre uguali del nostro tempo.
I preservativi, come le cinture di sicurezza, possono rendere più disinvolti e far aumentare i comportamenti a rischio. Il condom non basta per sconfiggere l’Aids. Così, scriveva nel 2000 la rivista scientifica Lancet che ora accusa il Papa di “falsità scientifiche” per aver detto che l’uso del profilattico non è la soluzione nella lotta all’Aids. La stessa rivista scientifica, sempre nel 2000, aveva spiegato che il rischio di contrarre il virus dell’Hiv, usando i preservativi durante i rapporti sessuali, è del 15 per cento. Ben lontano dallo zero. Oggi invece sostiene che “le parole del Papa possono avere conseguenze devastanti per la salute di milioni di persone”. Sull’editoriale di Lancet, abbiamo raccolto l’opinione della dott.ssa Paola Germano, responsabile del progetto Dream della Comunità di Sant’Egidio, in prima linea in Africa contro l’Aids:
“La nostra esperienza conferma quello che dice il Papa. In realtà, senza tanto stracciarsi le vesti, basterebbe guardare anche soltanto all’Europa. I dati recenti di quest’anno di Unaids, l’ultimo rapporto annuale, indicano significativamente l’aumento dell’Aids, per esempio, nell’Europa dell’Est dove si è fatta una campagna di prevenzione massiccia incentrata sul condom e dove, purtroppo, l’Aids è cresciuto in maniera esponenziale. Quindi, qualcosa non é andato bene, evidentemente. Dall’altra parte si dimentica che l’Aids in Africa non si trasmette soltanto sessualmente, si trasmette negli ospedali, per le trasfusioni e questo non si evita col preservativo. C’è bisogno della cura. Il Papa ha detto una grande novità: non si ha il coraggio di affermare che c’è bisogno di cure e di cure gratuite per l’Africa. Questo ridurrebbe l’Aids. E’ probabilmente una verità scomoda, sia per i governi africani, sia per l’Occidente che non vuole impegnarsi in questa lotta ma sceglie la via del disimpegno con una soluzione semplicistica, direi: distribuendo preservativi”.
Che dire poi del Washington Post? Nei giorni scorsi, il quotidiano americano aveva criticato duramente il Pontefice per le dichiarazioni sull’uso del preservativo. Ma nel marzo del 2007, aveva pubblicato un lungo articolo sul “caso Botswana”, dove il numero di malati di Aids, nonostante la distribuzione massiccia di profilattici, è andato aumentando drammaticamente. Il giornale citava dunque un rapporto elaborato nel 2006 da alcuni esperti del Sudafrica sull’Aids, che sottolineava come “la riduzione del numero di partner” sia la priorità assoluta nella prevenzione dell’Aids. Tesi, quest’ultima, già promossa peraltro dalla prestigiosa rivista Science, in uno studio pubblicato nel 2006. E’ l’educazione, dunque, lo strumento per vincere l’Aids? Ancora Paola Germano:
“L’educazione è la vera sfida, per la prevenzione e per la cura. Senza questo, qualsiasi programma è inefficace. Se non si parte dalla realtà degli uomini e delle donne africane, dalla loro cultura, non si è in grado di fare un programma che sia efficace. Noi siamo partiti da questo e questo effettivamente ha dato grandi risultati. Bisogna uscire dagli schemi ideologici e anche dal pensiero unico che un po’ ha dominato in questi anni nelle strategie di lotta all’Aids: essere più vicini alla realtà, conoscere la realtà delle persone. Non si può semplicemente applicare uno schema occidentale”.
D’altro canto, balza agli occhi un dato che sembra smontare certi teoremi. Nei Paesi africani, più sono i cattolici meno è diffuso l’Aids. In Burundi, i cattolici sono il 65 per cento degli abitanti, i sieropositivi solo il 2 per cento. In Guinea Equatoriale: 93 per cento di cattolici e 3,5 di malati di Aids. In Sudafrica, dove i cattolici sono solo il 6 per cento, i sieropositivi sono il 18 per cento. In Botswana, con il 5 per cento di cattolici, i sieropositivi sono addirittura il 24 per cento della popolazione adulta. Certo, come hanno messo in rilievo più voci africane, la distribuzione dei preservativi arricchisce chi li fabbrica. L’educazione ad una sessualità responsabile, invece, non ha alcun costo. Ancora una volta, ci sono in gioco gli interessi di multinazionali. Lobbies che hanno sfruttato e sfruttano il continente africano, come denunciato coraggiosamente dall’Instrumentum Laboris del Sinodo per l’Africa.
Alessandro Gisotti, Radio Vaticana
http://www.radiovaticana.org/radiogiornale/ore14/2009/marzo/09_03_28.htm#gr2
Con fortuna e poco affanno
eccoci al tuo compleanno
Che festeggi in allegria
sempre accanto a mamma mia
Cinquant'anni sono passati
ed ancor siete legati
Doppio augurio - ergo - ti faccio
corredato da un abbraccio
Sposo, babbo, nonno attento,
te ne auguro altri cento!
Psico
Date a Darwin quel che è di Darwin. Ma la creazione è di Dio
Un grande convegno patrocinato dal Vaticano ha messo assieme scienziati, filosofi e teologi di diverse tendenze. Tutti hanno detto sì all'evoluzione. Ma anche la struttura intelligente del creato ha i suoi difensori. A cominciare dal libro della Genesi
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1337445
di Sandro Magister
ROMA, 9 marzo 2009 – A duecento anni dalla nascita di Charles Darwin e a centocinquanta dalla sua opera più famosa, il pontificio consiglio della cultura presieduto dall'arcivescovo Gianfranco Ravasi ha patrocinato un sontuoso convegno internazionale dal titolo: "L'evoluzione biologica: i fatti e le teorie. Una valutazione critica 150 anni dopo 'L'origine delle specie'".
Il convegno si è tenuto dal 3 al 7 marzo a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana. Ed è stato promosso da questa università assieme all'americana University of Notre Dame.
Vi hanno preso la parola i maggiori specialisti mondiali nelle diverse discipline, dalla biologia alla paleontologia, dall'antropologia alla filosofia alla teologia. Molto varie anche le posizioni messe a confronto. C'erano studiosi cattolici, protestanti, ebrei, agnostici, atei.
Da Darwin in poi, poche teorie scientifiche sono state così aspramente discusse come l'evoluzione e hanno determinato un tale cambiamento di paradigma nella comune interpretazione dell’intera realtà, uomo compreso.
Sia nel campo scientifico, sia nella visione della Chiesa cattolica, creazione ed evoluzione di per sé non si escludono. Nell'uno e nell'altro campo vi sono però tendenze ad erigere delle costruzioni teoriche che sono sì tra loro escludenti.
Nel presentare ufficialmente il convegno, in Vaticano, il gesuita Marc Leclerc, professore di filosofia della natura alla Gregoriana, ha così sintetizzato le due opposte derive ideologiche:
"La novità del paradigma ha spinto parecchi seguaci di Darwin ad oltrepassare i confini della scienza per erigere qualche elemento della sua teoria, o della sintesi moderna realizzata nel corso del XX secolo, a 'Philosophia universalis', secondo la giusta espressione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, a chiave d’interpretazione universale di una realtà in perpetuo divenire.
"Ma lungo questa scia si sono diretti troppo spesso anche gli avversari del darwinismo, confondendo la teoria scientifica dell’evoluzione con l’ideologia onnicomprensiva che la snaturava, per rigettarlo del tutto in quanto totalmente incompatibile con una visione religiosa della realtà. Tale situazione potrebbe spiegare il ritorno odierno di concezioni 'creazioniste' o di ciò che si presenta a volte come una teoria alternativa, il così detto 'intelligent design'. A questo livello siamo lontani dalle discussioni scientifiche".
In effetti nessun relatore, al convegno, ha difeso l'una o l'altra di queste costruzioni ideologiche. Tutte sono state discusse e valutate criticamente. L'intento comune era di esercitare le singole discipline – scientifiche, filosofiche, teologiche – con le specificità e le ricchezze di ciascuna, a beneficio di tutte.
Dopo cinque giorni intensissimi, con trentacinque relazioni tenute da altrettanti specialisti, si può dire che l'obiettivo sia stato raggiunto. La pace tra creazione ed evoluzione appare oggi più solida.
di Antonio Socci
mercoledì 25 marzo 2009
Spinelli bocciata in latino Prosperi attacca la Chiesa, sbaglia e non chiede scusa
Maccheronico
Ogni domenica Barbara Spinelli tiene la sua omelia sulla prima pagina della Stampa, che il 15 marzo si apriva con il titolo altisonante del suo editoriale: “Habeas vultus”. Voleva essere l’evocazione colta dell’“Habeas corpus” medievale. Solo che - ha fatto notare Gianni Gennari su Avvenire (17/3) - avrebbe dovuto essere “vultum”. L’errore non è del titolista, ma risale alla Spinelli stessa che lo scrive nell’articolo, insieme all’“Habeas facies” (che sarebbe “faciem”).
Nell’omelia del 22 marzo, la dotta Spinelli c’informa che «Papa Roncalli annunciò il Concilio il 25 gennaio ‘58». Data in cui Roncalli era ancora patriarca di Venezia e il papa vivente si chiamava Pio XII. Infine, la stessa erudita editorialista sentenzia che il problema dell’Africa è «il controllo delle nascite» per sconfiggere «il flagello della sovrappopolazione». In realtà l’Africa è uno dei continenti meno popolati. Infatti ha il 20,2 per cento delle terre emerse del pianeta, ma è abitata solo dal 14,5 per cento della popolazione mondiale: una densità di popolazione di circa 30 abitanti per chilometro quadrato, mentre in Asia è di 84 e in Europa (fino al fiume Ural) è di 69. In Italia la densità di popolazione è di 199,3 per chilometro quadrato, in Gran Bretagna di 239 e in Olanda di 380.
Per esempio, uno dei paesi africani più vasti, il Sudan, misura 2,5 milioni di chilometri quadrati, ovvero è cinque volte la Francia, ma ha 33 milioni di abitanti, mentre la Francia ne ha 60. Storicamente proprio l’aumento della popolazione è stato un motore dello sviluppo. Contrariamente a quanto fa credere il luogocomunismo.
Fatti e parole
Riassumiamo. Il caso è quello della bambina brasiliana di 9 anni, violentata, rimasta incinta e fatta abortire. Il 18 marzo sulla prima pagina di Repubblica esce un infuocato editoriale dello storico Adriano Prosperi che bombarda a tappeto la Chiesa. L’intellettuale denuncia la «durezza atroce, disumana della condanna ecclesiastica che ha colpito con la scomunica la bambina brasiliana», aggiunge che «il corpo della donna resta per questa Chiesa un contenitore passivo di seme maschile, un condotto di nascite obbligatorie» e conclude che, per questa Chiesa scomunicante, «l’anima di una bambina brasiliana è meno importante di quella di un vescovo antisemita e negazionista».
L’indomani su Libero faccio notare che mai quella bambina è stata scomunicata come Prosperi avrebbe facilmente appreso se solo avesse sfogliato qualsiasi giornale, compresa la Repubblica. In base a una bufala, Prosperi ha messo al rogo la Chiesa, facendola passare per un’organizzazione disumana che infierisce con la scomunica su una bambina già vittima di violenza. Il 20 marzo, stavolta a pagina 34, nascoste fra le lettere, poche righe di Prosperi il quale fa sapere ai lettori di Repubblica che - come dice Socci - «la scomunica ecclesiastica, di cui avevo scritto nel commento su Repubblica di mercoledì, non aveva colpito la bimba brasiliana che è stata fatta abortire». E conclude: «È così. Lo ringrazio per la correzione”.
Caro professore, non deve ringraziare me per la «correzione», ma chiedersi se si può declassare tutto questo a marginale «correzione».
Lei ha costruito una requisitoria pesantissima su un fatto non vero, senza neanche fare la minima verifica. Cosa induce uno storico di rango a comportarsi così contro la Chiesa? Gli intellettuali di sinistra come lei non devono mai chiedere scusa?
Infine mi permetta una domanda: immagino che lei, che proclama con tale fervore la dignità di quella bambina, si sia fatto in quattro per i bambini poveri del Brasile com’è questa fanciulla. Potremmo conoscere le sue opere? Ovviamente sono pronto a elencare anche ciò che fa per loro la Chiesa, che lei accusa di disumanità. E l’elenco è lunghissimo. Ma sarà interessante il confronto, così da giudicare ciascuno in base ai fatti.
© Copyright Libero, 24 marzo 2009
di Sandro Magister
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it
Che curia si ritrova Benedetto XVI, di ritorno dalla trasferta africana in Camerun e in Angola? “L’espresso” in edicola questa settimana ha in proposito il seguente servizio, sotto il titolo: “La santa intolleranza”:
All’Angelus di domenica 15 marzo, antivigilia del suo primo viaggio in Africa da papa, Joseph Ratzinger escluse di voler andare laggiù ad offrire soluzioni economiche, sociali o politiche. La sua missione è tutt’altra, disse: “Non ho altro da proporre e donare se non Cristo e la sua croce, mistero di amore supremo, che rende possibile persino il perdono e l’amore per i nemici”.
Altrettanto radicale è stato Benedetto XVI nella lettera che pochi giorni prima aveva scritto ai vescovi di tutto il mondo: “Condurre gli uomini verso Dio: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del successore di Pietro”.
Prendere o lasciare. Benedetto XVI non è tipo che negozia le sue decisioni. Va dritto per la strada che Dio gli ha segnato, anche a prezzo della solitudine.
Ma la solitudine che papa Ratzinger sperimenta è più dentro casa che fuori. Fuori, la gente semplice è con lui. La domenica mezzogiorno piazza San Pietro non è mai stata così affollata, nemmeno con Giovanni Paolo II. La popolarità che ha incontrato nei viaggi è stata finora superiore alle attese, anche su piazze difficili come gli Stati Uniti, la Francia, l’Australia. Quando è lui di persona che parla o che scrive, incute rispetto e ammirazione in chi personalmente lo ascolta o lo legge. Il primo volume del suo “Gesù di Nazaret” è stato un successo mondiale. Ma se si chiede ai prelati di curia se l’hanno letto, quasi tutti rispondono no.
È nei palazzi vaticani, nell’apparato dei vescovi e del clero che Benedetto XVI raccoglie più ostilità. Quando s’è trattato di medicare le ferite aperte dalle dichiarazioni antisemite e negazioniste del vescovo lefebvriano Richard Williamson, Benedetto XVI è stato capito e sostenuto più dagli “amici ebrei” che da tanti uomini di Chiesa. Questo è ciò che lui stesso ha scritto nella lettera ai vescovi con la quale ha voluto chiudere il caso.
Ma prima del caso Williamson, a far scoppiare le ostilità contro il papa c’era stata la sua decisione di revocare la scomunica a lui e agli altri tre vescovi della comunità scismatica lefebvriana. Per molti vescovi, preti e intellettuali cattolici, infatti, i lefebvriani sono dei paria. “Sono un gruppo al quale non riservare alcuna tolleranza, contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio”, ha scritto Benedetto XVI nella lettera.
Il paradosso è che questa ripulsa nei confronti dei lefebvriani alligna soprattutto tra gli uomini di Chiesa che più esaltano il dialogo e l’ecumenismo. I quali hanno immediatamente colto nel gesto di clemenza fatto dal papa nei confronti del lefebvriani l’occasione per accusare Benedetto XVI d’essere come loro reazionario, antimoderno, anticonciliare e persino antisemita. Ma questa è proprio la logica dell’intolleranza nei confronti degli intoccabili, ha scritto ancora Ratzinger nella lettera: “Se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio, senza timore e riserbo”.
Perché finalmente si capisse il senso della revoca della scomunica ai lefebvriani, Benedetto XVI ha dovuto prendere carta e penna e scrivere di suo pugno una lettera che non ha uguali nel papato moderno, per il suo stile diretto.
Nelle settimane precedenti, infatti, la curia non lo aveva per niente aiutato, anzi, gli aveva fatto solo danno. La dichiarazione di revoca della scomunica era stata redatta da due cardinali, ìl colombiano Darío Castrillón Hoyos e l’italiano Giovanni Battista Re, tra loro divisi su tutto: il primo che spasimava per l’abbraccio con i lefebvriani, il secondo che non ne voleva proprio sapere e accettò di firmare solo per obbligo d’ufficio, in quanto prefetto della congregazione per i vescovi. Diedero così alla stampa un decreto scombinato, incomprensibile, senza una parola che spiegasse le ragioni del papa e trascurando che nel frattempo circolavano già dappertutto le aberranti tesi negazioniste del vescovo Williamson, uno dei graziati.
La notizia che ne derivò fu in tutto il mondo la seguente: Benedetto XVI riaccoglie nella Chiesa cattolica i lefebvriani, e l’antisemita Williamson è il loro campione.
Niente di più falso. Ma il disastro era fatto, di governo e di comunicazione. Quella curia che dovrebbe agire come un sol uomo a sostegno del papa, di fatto gli si era mossa contro.
L’ultimo papa che incise sull’apparato vaticano fu Paolo VI, che potenziò il ruolo della segreteria di stato. Ma dopo di lui papa Karol Wojtyla lasciò la curia a se stessa, se ne disinteressò totalmente. Ed essa si feudalizzò. Ratzinger, da cardinale, assistette alla metamorfosi e ne ricavò questa lezione: “Una delle cose che a Roma ho capito bene è saper soprassedere”, disse in un libro-intervista del 1985. “Saper soprassedere può rivelarsi positivo, può permettere alla situazione di decantarsi, di maturarsi, dunque di chiarirsi”.
Da papa, in effetti, con la curia si è finora comportato così. Poche nomine diluite nel tempo, poche delle quali fortunate. E un segretario di stato, il cardinale Tarcisio Bertone, al quale i grandi feudatari, da Achille Silvestrini ad Angelo Sodano alla cui ombra si sono costruite molte carriere, non perdonano di non essere uno dei loro. Bertone non solo non governa la curia, non controlla nemmeno la sua segreteria di stato, zeppa di funzionari che gli remano contro, a cominciare dal numero due, il sostituto, l’arcivescovo Fernando Filoni.
È molto esile, in Vaticano, la cerchia dei fedelissimi a Benedetto XVI: oltre a Bertone e al segretario personale del papa Georg Gänswein, vi si annoverano il prefetto della congregazione del culto divino Antonio Cañizares Llovera, il prefetto della congregazione delle cause dei santi Angelo Amato, il ministro della cultura Gianfranco Ravasi, il direttore dell’”Osservatore Romano” Giovanni Maria Vian, più pochissimi altri.
Ma anche questi sono lontani dal fare squadra tra loro. E nemmeno fanno squadra con ecclesiastici di peso esterni al Vaticano. La conferenza episcopale italiana ha personalità di sicura fede ratzingeriana come i cardinali Angelo Bagnasco, Agostino Vallini, Angelo Scola, Carlo Caffarra, Camillo Ruini, gli arcivescovi Giuseppe Betori e Mariano Crociata. Ma tra Bertone e la Cei c’è ruggine, perché il primo vorrebbe esercitare un potere di guida che la seconda non è disposta a concedergli. Un esempio di divergenza tra la segreteria di stato e la Cei si è avuto col caso di Eluana Englaro, divergenza ben marcata dai due rispettivi giornali: tanto appassionato e impegnato “Avvenire” quanto taciturno e distaccato “L’Osservatore Romano”.
Nella sua lettera ai vescovi, Benedetto XVI ha citato san Paolo: “Se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi gli uni gli altri”. Ha ammonito la curia a lavorare concorde e d’intesa con i rappresentanti dell’episcopato mondiale. Ma pochi giorni prima la sua curia gli aveva assestato un altro brutto colpo.
Come vescovo ausiliare della diocesi di Linz, in Austria, il cardinale Re aveva indotto il papa a nominare Gerhard Wagner, senza mettere nel conto che questi, per la sua fama di conservatore, riscuoteva forti ostilità tra il clero e i vescovi austriaci. Ostilità che sono puntualmente esplose dopo la nomina, con un crescendo che ha costretto prima Wagner a rinunciare e poi il papa ad acconsentire alla sua rinuncia. Botto finale: uno dei capi della rivolta antipapale, Josef Friedl, prete di punta della diocesi di Linz, ha pubblicamente dichiarato di convivere con una compagna e di non tenere in alcun conto l’obbligo del celibato, con l’approvazione dei suoi parrocchiani e di altri preti austriaci, anch’essi anticelibatari.
Incassato questo colpo, il giorno prima di partire per l’Africa Benedetto XVI ha pensato bene di indire per tutti i preti cattolici un anno speciale di meditazione, sotto la protezione del santo Curato d’Ars e col titolo: “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”.
GLI ITALIANI BOCCIANO IL PAPA
di Ilvo Diamanti
La Repubblica, 25 Marzo 2009
Da tempo le posizioni della Chiesa e del Pontefice non provocavano tanto dibattito. Divisioni profonde. Al di là delle stesse intenzioni del Vaticano. Lo prova la reazione del cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Cei, alle polemiche sollevate dall`affermazione del Papa, durante la visita in Africa, circa l`inutilità del preservativo nella lotta contro l`Aids. Il risentimento del cardinale, peraltro, sembra rivolgersi soprattutto verso la Francia, il cui governo ha ribadito ieri le proprie critiche. Marc Lazar, d`altra parte, sul la Repubblica, ha posto l`accento sulla timidezza, quasi l`imbarazzo dei commenti politici in Italia su questi argomenti. Non solo nel centrodestra, anche nel centrosinistra.
Peraltro, in Italia, più che in Francia e negli altri paesi europei, il rapporto con la Chiesa e con l`identità cattolicaè importante. Ma anche ambivalente.
IN AMBITO politico ma prima ancora nella società, come emerge dagli orientamenti verso le questioni etiche e bioetiche più discusse. A partire dalla più recente: l`affermazione del Papa sull`uso del preservativo. Trova d`accordo una minoranza ridotta di persone, in Italia. Circa 2 su 10, secondo un sondaggio di Demos, condotto nei giorni scorsi. Che salgono a 3 fra i cattolici praticanti più assidui. La posizione politica non modifica questa opinione in modo sostanziale.
Il disaccordo con il Papa, in questo caso, resta largo, da sinistra a destra. D`altra parte, lo stesso orientamento emerge su altri argomenti "eticamente sensibili". Circa 8 italiani su 10 ritengono giusto riconoscere alle persone il diritto di scrivere il proprio "testamento biologico", altrettanti si dicono favorevoli alla fecondazione assistita,6 su 10 sono contraria rivedere in senso restrittivo l`attuale legge sull`aborto. Pochi meno, infine, sono d`accordo a riconoscere alle coppie di fatto gli stessi diritti di quelle sposate. Con la parziale eccezione delle coppie di fatto, le posizioni dei cattolici praticanti, anche in questi casi, non divergono da quelle prevalenti nella società. Mentre le opinioni dei praticanti saltuari, la grande maggioranza della popolazione, coincidono con la "media sociale". Ciò potrebbe rafforzare il dubbio sulle ragioni che ispirano la timidezza delle forze politiche in Italia, visto che gran parte dei cittadini, compresi i cattolici, mostrano distacco e perfino dissenso verso le indicazioni della Chiesa.
Tuttavia, occorre considerare un altro aspetto, altrettanto significativo e in apparenza contrastante. In Italia, nonostante tutto, la grande maggioranza dei cittadini - quasi il 60% - continua ad esprimere fiducia nella Chiesa. Non solo: il giudizio su Papa Benedetto XVI non è cambiato, in questa fase. Il 55% delle persone mostra fiducia nei suoi confronti. Qualcosa di più rispetto a un anno fa. Il che ripropone il contrappunto emerso in altre occasioni. Gli italiani, cioè, continuano a fidarsi della Chiesa, dei sacerdoti, delle gerarchie vaticane. Ne ascoltano le indicazioni e i messaggi. Anche se poi pensano e agiscono di testa propria.
In modo diverso e spesso divergente. Si è parlato, al propos i t o , d i u n a r e l i g i o s i t à prêt à porter. Di un "dio relativo". Interpretato e usato su misura. Ma si tratta di un giudizio riduttivo. Il fatto è che la Chiesa, il Papa intervengono sui temi sensibili dell`etica pubblica e privata in modo aperto e diretto. Offrono risposte magari discutibili e spesso discusse.
Contestate da sinistra, sui temi della bioetica. Ma, in altri casi, come sulla pace e sull`immigrazione, anche da destra. Tuttavia, offrono "certezze" a una società insicura. Alla ricerca di riferimenti e di valori. Per questo quasi 8 italiani su 10, tra i non praticanti, considerano importante dare ai figli un`educazione cattolica (DemosEurisko, febbraio 2007). Mentre una larghissima maggioranza delle famiglie destina l`8 per mille del proprio reddito alla Chiesa cattolica.
Sorprende, semmai, che, su alcuni temi etici, le posizioni politiche facciano emergere differenze maggiori rispetto alla pratica religiosa. Le opinioni degli elettori della Lega, sulle coppie di fatto, quelle degli elettori del PdL, sull`aborto, appaiono più restrittive rispetto a quelle dei cattolici praticanti. Il che ripropone una questione mai del tutto risolta.
In che misura sia la Chiesa a condizionare le scelte politiche e non viceversa: la politica a usare le questioni etiche per produrre e allargare le divisioni fra gli elettori. Caricando posizioni politiche di significato religioso. Peraltro, questi orientamenti ripropongono un`altra questione, che riguarda direttamente il messaggio della Chiesa, che gli italiani considerano una bussola importante per orientarsi, in tempi tanto difficili. Tuttavia, quando una bussola dà indicazioni così lontane e diverse dal senso comune, dalle pratiche della vita quotidiana - e puntualmente disattese dai non credenti, ma anche dai credenti e dagli stessi fedeli - allora può darsi che la bussola possa avere qualche problema di regolazione.
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